L’Angolo dei Professionisti

Abbiamo posto ad alcuni Teatranti per Professione (e per Passione)  4 domande, uguali per tutti, alle quali hanno cortesemente accettato di rispondere.

 Abbiamo chiesto loro:

1) Il Teatro unisce tutti quelli che lo fanno, sia come professione che come hobby. Lei è d’accordo?
2) Come è iniziata la sua passione per il Teatro?
3) Cosa ne pensa del Teatro fatto da semplici appassionati?
4) Le è mai capitato, dopo aver assistito a uno spettacolo amatoriale, di pensare: “questi qui sono più bravi di alcuni professionisti”?

Ed ecco cosa ci hanno risposto:


Nicola Canonico

Intervista pubblicata  24 gennaio 2016

Le risposte di NICOLA CANONICO, noto al grande pubblico per i ruoli in fiction televisive di grande successo (“Orgoglio”, “Il giudice Mastrangelo” e “Il restauratore” fra le altre) e per la sua partecipazione all’edizione del 2007 del reality “L’isola dei famosi”. Attualmente è attore, produttore teatrale e direttore artistico del teatro Biancardi di Avella, sua città natale.

1) Assolutamente sì. Io penso che tutto ciò che è arte in generale unisce tutti, e deve unire anche il pubblico. Io non ho mai fatto distinzioni tra ciò che è amatoriale o professionistico. L’importante è che si faccia questa attività con amore e con dedizione, al di là del risultato. Il teatro esercita anche una funzione socio-educativa, è un modo per socializzare, per conoscere gente, è aggregazione, sia che lo si faccia per mestiere che per hobby.
2) A Napoli, dove si respira il teatro anche nei mercati, tra i banchi di frutta. Al di là di questo, sicuramente e stato Massimo Troisi che mi ha appassionato e mi ha fatto scattare la molla. E poi tutto il grande teatro napoletano, con Scarpetta e i De Filippo. Ho debuttato a Napoli, al teatro San Nazzaro, in “Yerma” di Federico Garcia Lorca e “Incidente a Vichy” di Arthur Miller (entrambe le opere per la regia di Antonio Ferrante, n.d.r.) prima di iniziare con la fiction e la televisione. Fare questo mestiere non è facile, ma oggi fare un lavoro che piace è un grande privilegio.
3) Il concetto di amatorialità significa che, per esempio, uno nella vita fa l’avvocato e la sera fa teatro. Ma questo non vuol dire che un amatoriale sia meno bravo di un professionista. Una differenza evidente tra il teatro amatoriale e quello professionale sta forse in quello che riguarda il lato economico: uno spettacolo nell’ambiente professionistico richiede investimenti dell’ordine di decine di migliaia di euro, cosa che nel teatro amatoriale, per forza di cose, non c’è. Quello che c’è, è sicuramente la passione. E con la passione si può emozionare anche con pochi elementi scenici: quando gli artisti sono bravi, la magia è fatta.
4) Assolutamente sì. Le compagnie amatoriali gli danno giù di brutto (testuale, n.d.r.), sono bravissime. Altre meno, ma del resto capita anche tra i professionisti: ce ne sono di bravissimi ma ce ne sono altri che si ritengono tali solo perché lo fanno come lavoro. Il talento non fa differenza tra amatorialità e professionismo. Tutto sta nella mentalità, nel come si fanno le cose. Il fatto che uno per vivere faccia un lavoro qualsiasi e la sera si ritrovi con altre persone per condividere la passione per il teatro non implica che debba essere meno bravo di chi il teatro lo fa per professione. Se ci sono attori “dilettanti” più bravi di alcuni professionisti? Uh, quanti ne vuoi!

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Roberto D’Alessandro

intervista pubblicata il 23 agosto 2015

Le risposte di ROBERTO D’ALESSANDRO, attore, regista, autore teatrale, allievo di Gigi Proietti e fondatore dell’associazione I PICARI.

1) Per me il teatro è un tempio laico, un luogo dell’anima dove l’Uomo ragiona di se stesso senza l’ingombrante presenza di Dio. Quindi unisce gli esseri umani tutti, chi lo fa a qualsiasi livello, chi lo vede e anche chi non lo vede!
2) Credo di averlo inventato, non avevo mai visto niente in nessun teatro e nel mio paesello ho messo in scena una commedia…mi sono inventato quinte, luci, fari, fondali…non l’avevo mai visti, ne ne acvevo sentito parlare…l’ho ideati, progettati e costruiti….poi ho trovato tutto…l’avevano già inventato! forse da sempre!
3) È un modo straordinario per stare insieme e divertirsi… e riflettere, e far riflettere, e crescere umanamente e non solo….
4)Sì, mi è capitato. Ho degli amici ad esempio a Marsala che sono straordinari, ma lo fanno con metodicità da anni. Potrebbero scegliere la strada del professionismo, ma la paura della precarietà e del salto nel vuoto li frena. E poi conoscevo una vecchia signora che lavorava in banca che una volta in pensione ha deciso di dedicarsi al teatro e l’ha fatto, brava… grande passione… il mestiere dell’attore è così empirico che è difficile sulle prime distinguere un professionista (a meno che non sia di chiara fama) da un amatoriale, questo soprattutto nell’ultimo periodo sta generando una grande confusione, si accorgono della differenza dopo un po’ di repliche e quando capita un confronto davanti al pubblico, questo perché non esiste un pubblico teatrale in Italia, si va a vedere i famosi da vicino, non si va ad assistere al rito teatrale, allora se non si è famosi, un professionista vale un amatoriale, ma nel 99 per cento dei casi, mi creda…non è così….ma così va. Godetevelo il teatro voi che potete, che a me che deve dar da mangiare non sempre riesce…troppo spesso i bocconi amari sono di più di quelli che assaporo.
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Luigi De Filippo

intervista pubblicata il 4 ottobre 2015

Le risposte che ha dato alle nostre 4 domande LUIGI DE FILIPPO, figlio del grande Peppino, attore, regista, commediografo, impresario e produttore teatrale.

1) Il teatro dà indicazioni, fa pensare, sviluppa l’intelligenza, fa riflettere. La cosa più importante è quella di comunicare al pubblico delle belle emozioni, che coinvolgano e che facciano in modo che la gente se ne torni a casa portandosi a braccetto i personaggi che ha visto sul palcoscenico. Bisogna fare in modo che il pubblico si affezioni al teatro e alla cultura. Il teatro non è altro che il racconto della nostra vita di tutti i giorni.
2) Osservando il quotidiano della mia famiglia. A casa mia si parlava soprattutto di teatro, dalla mattina alla sera; si progettava teatro, si respirava teatro. Io da piccolo avrei voluto fare soprattutto lo scrittore. Quando scrissi la mia prima commedia, “Storia strana su una terrazza napoletana”, la feci leggere a mio padre per avere un suo parere. Tardava a rispondermi ed io temevo che non gli piacesse. Poi, qualche giorno dopo, trovai sulla mia scrivania un biglietto che ho tuttora scolpito nella memoria: “Caro Luigi, la tua è una bella commedia, vorrei averla scritta io. Ti abbraccio, papà”
3) Tutto il bene possibile, ma quando c’è fantasia. La fantasia e la tradizione sono importanti. Il teatro amatoriale è molto attento alla tradizione, e è sempre dalla tradizione che si deve partire.
4) Qualche volta mi è capitato. Non molto spesso, a dire il vero, ma qualche volta succede.

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Eva De Rosa

intervista pubblicata il 22 maggio 2016

Le risposte di EVA DE ROSA, attrice di Teatro, cinema e TV, cabarettista, conduttrice televisiva, regista e autrice teatrale

1) -Assolutamente si. Mi permetto di farvi riflettere sul termine fare Teatro, in francese si dice “jouer”, in inglese “to play”, in russo “играть” (pron. igrat’), in tedesco “spielen”, in ungherese “játszik” e subito ci balza all’occhio che il verbo “recitare” coincide col verbo “giocare”. Il teatro per me è esattamente come un gioco, nel quale ci sono delle regole e dei ruoli che vanno rispettati, una certa severità che non dovrebbe mai mancare visto che lo scopo finale è mostrarlo, ad un pubblico che merita di vedere qualcosa di bello, non solo perché ha dato un contributo economico, ma anche perché con la loro presenza noi esistiamo e quindi merita rispetto. Non dimentichiamo poi che il Teatro è anche un momento di aggregazione, di divertimento, di insegnamento, di cultura, di trasmettere attraverso un’opera un messaggio sociale. L’unica differenza che io posso trovare tra Teatro per mestiere e Teatro per Passione, è solo quella che, per i primi è un lavoro e come tale dovrebbe garantirgli di guadagnare abbastanza almeno per vivere e purtroppo questo non sempre è possibile, c’è tanta crisi anche nel Teatro.
2) – Personalmente già da piccolissima cercavo sempre di mettermi in mostra, in effetti un pizzico di egocentrismo credo sia la benzina che occorre per far partire il motore di questa sofferta passione. Ricordo di quando facendomi largo tra i grandi, cercavo di attirare la loro attenzione esibendomi in ridicoli balletti a cui inevitabilmente, vista la mia tenera età, tutti ridevano ed applaudivano. Più grande poi, cercavo di organizzare con i miei compagni delle elementari, e poi delle medie ed infine del liceo, dei piccoli spettacoli e ricordo che sempre, obbligavo i miei genitori a sedersi per ascoltare quello che mi inventavo e non mi vergogno a dirlo ma, ancora oggi li siedo di fronte a me e attendo alla fine il loro giudizio, anche se cercano sempre di sottrarsi. Dico sempre a chi me lo chiede: “non siamo noi che scegliamo il Teatro ma è il Teatro che sceglie noi” … sono talmente tante le difficoltà, i sacrifici, l’impegno che mettiamo, che se nonostante tutto continuiamo a farlo, è perché è come una “droga” di cui non possiamo farne a meno.
3) – Anch’io mi definisco una semplice appassionata, mi nutro di questa arte e nel mio piccolo, sostengo sempre chiunque ne voglia far parte o mi chiede consigli. Non a caso nel 2011 con l’editore Tony Florio, il mio collega Massimo Canzano ed il regista Mario Albano abbiamo dato inizio ad “Indovina chi c’è a Teatro”, una trasmissione sull’emittente Regionale Campana GT Channel al canale 650 del digitale, di cui io mi onoro di condurre, aperta a tutti coloro che come noi, amano il Teatro e mi riferisco sia ai filodrammatici che ai professionisti ed ogni settimana con due appuntamenti il sabato ed in replica il lunedì alle 21,00 i miei ospiti, ci deliziano con i loro lavori teatrali che vediamo integrali in Tv, intervallati da una simpatica intervista, il cui scopo è far conoscere gli artisti, lontano dai personaggi che interpretano. Quindi w il teatro sempre!!
4) – Come attrice, come conduttrice televisiva, come autrice, come collega o più semplicemente come pubblico in sala vedo o porto in scena la media di 2/3 spettacoli a settimana e anche se qualcuno potrebbe come diciamo in napoletano “storciare (torcere) il naso” per l’esperienza acquisita, alla domanda che mi avete fatto la risposta è SI. Ci sono attori ed attrici di grandissimo spessore, nascoste tra piccole e grandi compagnie “amatoriali” che hanno la capacità di trasmetterci delle emozioni uniche, dei brividi sulla pelle indescrivibili e che nella loro “umiltà” o “inconsapevolezza” o “impossibilità” di farlo per mestiere, restano rilegate ad un pubblico “familiare” invece di calcare grandi palchi a cui dovrebbero essere designati. Detto questo approfitto per dire a chi leggerà questa intervista, di andare sempre a teatro, vedere i “grandi interpreti” sicuramente è una grande emozione, ma andate a vedere anche i “piccoli”,  perché tutti, e dico tutti senza nessuno escluso, possono emozionarci ed insegnarci qualcosa.

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Pietro De Silva

intervista pubblicata il 22 novembre 2015

Le risposte di PIETRO DE SILVA, attore, commediografo e regista, noto al grande pubblico per la sua partecipazione al capolavoro di Benigni “La vita è bella” nel ruolo di Bartolomeo, uno dei prigionieri del lager.

1) Assolutamente, non ci sono dei distinguo. Il teatro è universale. Si differenzia solo per le modalità, nel senso che il teatro amatoriale è una forma di spettacolo fatta per mera passione, mentre il teatro professionale è una ragione di vita. Ciò non toglie che il teatro amatoriale, se fatto con classe e perspicacia, può essere altrettanto emozionante e valido.
2) Nel 1966 i primi filmini in super 8, nel 67 le prime recite ai boy scout su brani tratti dalle commedie di Eduardo De Filippo e nel 74 il primo contratto teatrale in una piece drammatica meravigliosa, di Peter Weiss dal titolo Marat Sade.
3) Che è straordinario e fondamentale per la comunicazione e la voglia di esistere di ogni individuo. Va incoraggiato e incrementato.
4) Sicuramente mi è capitato di cogliere le potenzialità di qualche singolo interprete, dicendo a me stesso che è molto più emozionante di alcuni dei cosiddetti “professionisti” che ci sono in circolazione.

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Daniel Favento

intervista pubblicata il 21 luglio 2016

Le risposte di DANIEL FAVENTO, attore, cantante e performer bolognese.

1) La passione unisce sempre. Che sia teatro, musica, o qualsiasi altra arte. Non importa il livello!
2) Come per molti, il mio inizio risale alle recite scolastiche, nelle quali gli insegnanti mi mettevano sempre a fare il protagonista, per la mia voglia di mettermi in gioco e interpretare i personaggi più disparati. Sono sempre stato uno creativo (sempre nell’infanzia ho avuto anche un periodo da commediografo e ho sempre voluto inventare cose nuove e spettacolari) Dall’infanzia in poi mi sono appassionato sempre di più. La mia passione per il teatro è nata parallelamente a quella per la musica, che mi ha poi portato a prendere anche la strada del performer di musical, frequentando la BSMT di Bologna.
3) I “semplici” appassionati sono una “specie da proteggere” e per fortuna non in via di estinzione 🙂
Sono quelli che lo fanno con vera passione e senza compromessi.
Anche per molti attori professionisti è così, ma purtroppo con l’avvento dei talent e altre situazioni simili, il lavoro dell’artista è diventato più una moda e non sempre è simbolo di passione.
4) Mi è successo più di una volta di scoprire con sorpresa che l’attore che avevo visto recitare non era un professionista.
E viceversa rimanere deluso di fronte ad attori professionisti. Quindi sì!
Ho sempre pensato che il termine professionista riguardi semplicemente l’impegno di tempo e gli obbiettivi economici (e non) che l’attore, come ogni altro artista, si pone. La bravura è un’altra storia e non ha confini.

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Antonio Ferrante

intervista pubblicata il 19 luglio 2015

Il primo che ha risposto alle 4 domande: ANTONIO FERRANTE, attore e regista teatrale, autore di saggi sul teatro e la recitazione tra cui: Parlar chiaro (manuale di dizione), Teoria e tecnica della recitazione (saggio sulla storia dell’arte attoriale), Laboratorio attore (esperienza sulla attorialità e lettura della rappresentazione).
1) Senz’altro. Sono professionista da 50 anni e credo fermamente che alla base di tutto c’è l’amore per quello che si fa. Ci sono persone che lavorano perché credono in quello che fanno. Detto questo, credo che il teatro vada rifondato, un po’ come la società. C’è molto lavoro da fare, senza barriere o limitazioni di sorta e senza snobismi di categoria.
2) Al cinema, guardando i film. Vedevo gli attori e li invidiavo perché io non sapevo parlare l’italiano come loro. Ho iniziato come comparsa al teatro San Ferdinando di Napoli poi, sentendomi ignorante, ho frequentato una scuola di recitazione qualificata. Ho fatto la gavetta e mille altri lavori. Poi, gradino per gradino, ho fatto l’attore, il regista, il formatore di altri attori, il riduttore di testi. Ma soprattutto non ho mai smesso di studiare per migliorare la mia qualità professionale.
3) Che probabilmente dovrebbero attrezzarsi meglio tecnicamente e ricercare meglio quello che c’è dietro un testo, sia a livello drammaturgico che di vita dell’autore. Devo dire, comunque, che ho trovato spesso più serietà e professionalità nel teatro amatoriale che tra i professionisti.
4) Certo che mi è capitato. Come dicevo, alla base c’è l’amore per quello che si fa, e non sempre l’amore corrisponde al professionismo.

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Alessandro Fullin

intervista pubblicata il 2 agosto 2015

Le risposte di ALESSANDRO FULLIN, attore, autore di testi teatrali e romanziere.

1)  Ma certo. Io francamente non vedo questa differenza. Si può studiare per diventare attori ma io non l’ho mai fatto . Ho lavorato per molti anni nel teatro off bolognese. Credo che quello che conta di più è trovarsi il più possibile sul palcoscenico. È come imparare a fare la sfoglia… Al millesimo tortellino si diventa più bravi.
2) Per caso. Insieme ad amici. Qualcuno sul palco con me e tanti seduti davanti.
3 – 4)   L’importante è la passione. Ci sono persone poi che hanno un dono . Appena entrati sul palco avvertono una speciale energia anche se non hanno ancora detto una parola. E’ qualcosa di misterioso: per fortuna non tutto si può e si deve spiegare.

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Alessandro Ghebreigziabiher

intervista pubblicata il 16 agosto 2015

Le risposte di ALESSANDRO GHEBREIGZIABIHER, attore tra i maggiori esponenti italiani del teatro di narrazione drammaturgo e scrittore.

1)  Certamente, non posso che essere più che d’accordo.Oltre al lavoro diciamo “artistico”, da almeno vent’anni sono impegnato in ambito educativo e clinico tra le aree più disparate del disagio, utilizzando il teatro come strumento terapeutico e ho visto con i miei occhi quanto possa essere potente nel costruire relazioni, gruppi e agevolare la conoscenza di sé e del prossimo.
2) I primi laboratori sono sicuramente stati una tappa fondamentale, scoprire l’esperienza del lavoro prima ancora di andare in scena, ma credo che la passione sia nata molto prima come spettatore. Probabilmente, a parte la presenza vera e propria in teatro, assistere fin da molto piccolo alle continue repliche delle commedie di Eduardo e i film di Totò di cui i miei parenti di Napoli erano ghiotti abbia fatto il suo. In breve credo che abbia funzionato così, vedere e fare, fare e vedere
3) Penso che sia una gran cosa, fare teatro è un’attività speciale per tutti. Mi piace la parola appassionati, credo che la passione sia qualcosa da non perdere mai, a prescindere dal natura più o meno professionale del lavoro che si fa. Mi hanno insegnato che il pubblico, allorché un attore dimostri di amare o meno essere lì, in carne e ossa sul proscenio, lo percepisca più di ogni altra cosa.
4) Bella domanda. Sì, soprattutto per cosa si intenda il termine bravi”. Sicuramente la tecnica e l’esperienza, frutto di lavoro e qualità sono elementi decisivi, ma a mio modesto parere la voglia di dare e darsi, la presenza emotiva, la partecipazione personale, il rispetto per il pubblico, per l’opera e i colleghi, per il lavoro che si fa e per tutte le persone che lo fanno, la serietà nella preparazione che conduce alla scena non sono scontati, sono frutto di una scelta che un attore amatoriale può fare, a differenza di un professionista, magari col tempo adagiatosi su se stesso.

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Daniela Giordano

intervista pubblicata il 26 luglio 2015

Le risposte alle 4 domande di DANIELA GIORDANO, attrice, regista, autrice, studiosa di teatro contemporaneo internazionale, membro e docente di ITI- International Theatre Institute -UNESCO, nota al grande pubblico soprattutto per la sua interpretazione del personaggio di Agnese Borsellino nel film “Borsellino” di Gianluca Maria Tavarelli (2004).

1) Il Teatro, come luogo e come contenuti, è desiderio di condivisione e riflessione. Misurarsi con la parola poetica, con la pratica scenica, approfondire linguaggi con il desiderio di trasmettere un punto di vista, un’analisi, una storia,  creando occasioni di partecipazione, non ha un confine che distingua,  il coltivarlo solo per passione o averne fatto la ragione di vita.  La passione è un ingrediente fondamentale sia per chi lo fa come lavoro, sia per chi ci si dedica per divertimento.
2) Guardando in televisione le commedie che la RAI trasmetteva. Incredibile, pensando a cosa incuriosisce i bambini di oggi, ora, nessun bambino guarderebbe il teatro in televisione, neanche per punizione!  Io, mi incantavo a guardare Morelli, Stoppa, Pagnani, De Filippo, Govi. Attori meravigliosi, che mi hanno fatto nascere il desiderio di raccontare delle storie per migliorare la vita delle persone. Perché il Teatro cos’è se non quel meraviglioso codice segreto nel quale tutto diventa possibile e credibile, nel quale si esprime il desiderio di giocare molto seriamente a qualsiasi età? Mi sono formata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e devo dire grazie a tutti i Maestri che ho incontrato nel mio lavoro da Ronconi a Cobelli, da Sepe a Calenda, e a tutti i magnifici colleghi con i quali ho lavorato: Umberto Orsini, Carla Gravina, Gabriele Lavia, Eros Pagni e tanti altri. Non si finisce mai di impararlo il lavoro dell’attore!
3)  Il Teatro migliora chi lo fa e chi lo riceve. E’ importante che sia fatto onestamente e con sincerità.La passione nel fare  Teatro è indispensabile. Trovo fantastico che in questo momento di totale distrazione e avvilimento per l’arte e la cultura, ci siano persone che amano il Teatro e si confrontano con la materia poetica e drammatica. Si migliora se stessi, si crea valore ed è una forte affermazione di quanto sia importante che il Teatro sia vivo.
4) Mi è capitato spesso di assistere a repliche di compagnie amatoriali. Filodrammatiche si chiamavano una volta, intendendo che c’era un profondo amore che legava chi lo faceva alla scena. Apprezzo sempre l’impegno, soprattutto quando è frutto di amore per il racconto . Ma dedicare la propria vita al Teatro è un’altra cosa. Puntare tutto sulla propria professionalità e sull’amore che si ha per questo mestiere,  è un rischio incalcolabile. Non paragonerei mai uno spettacolo realizzato con passione ma solo per divertimento a uno spettacolo dove gli attori sono tali perché si sono assunti per intero i rischi di una professione, che sono tanti, e il prezzo per essere un attore di professione è altissimo e incondivisibile, e si studia tutta la vita. E’ bene che cresca la consapevolezza del  valore del Teatro, è bene che le persone decidano di fare comunità usando il teatro come luogo di incontro e di crescita personale.  Sicuramente, se non ci fossero tanti appassionati, i teatri sarebbero tutti vuoti. Per cui, viva le compagnie amatoriali se sono brave,  e se  educano il pubblico ad andare a Teatro.

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Gabriele Guarino

intervista pubblicata il 31 gennaio 2016

Queste le risposte di GABRIELE GUARINO, Direttore Artistico della Compagnia di Commedia dell’Arte “La Bottega dei Comici” di Roma e del Festival Internazionale di Commedia dell’Arte “Come d’Arte” la cui prossima edizione sarà in programma dal 22 al 28 Febbraio a Roma, presso il Teatro Abarico.

1)  In linea di massima dovrebbe essere così. Il teatro unisce chi lo vive con passione, e questo può avvenire a tutti i livelli, così come può anche accadere che si faccia teatro per altri motivi, che personalmente ritengo poco utili, come il desiderio di esibirsi, di dare soddisfazione al proprio Ego, per ergersi al di sopra degli altri e illudersi di sembrare migliori, per dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stessi, per il successo, per invidia, per ripicca e così via. E questo vale sia per il professionista, sia per l’amatoriale.
2) La mia passione per il teatro è iniziata in una piazza della mia città natale, Taranto, quando un regista mi chiese se volessi sperimentarmi nella parte “dello scemo del villaggio” in una commedia in vernacolo. Fu immediato per me riconoscere quel palco come una mia casa segreta e sconosciuta.
3) Il semplice appassionato è proprio colui che mette il suo cuore nel teatro, quindi non posso che pensarne tutto il bene del mondo. Se con semplice appassionato si intende colui che lo fa “solo” per passione, gli posso dire solo “grazie” perché ci ricorda continuamente, anche a noi professionisti, quale sia la polpa che vive dentro ogni attore. Poi il professionista investe tempo e soldi nello studio della tecnica per offrire una recitazione di qualità, me è tutto subordinato a quella passione, quel fuoco, che resta la vera essenza originaria.
4) Mi è capitato molto spesso di assistere a spettacoli di cosiddetti amatoriali che offrissero un livello più alto di alcuni professionisti e a tal scopo mi fa molto piacere citare la compagnia tarantina “Napoli in Scena” che fa del teatro di ottima qualità, che potrebbe insegnare molto a tanto professionismo “sciatto” di cui purtroppo siamo intrisi in questo Paese, e non solo nell’ambito del teatro e della cultura.

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il sito della Compagnia “La Bottega dei Comici”
il sito del Festival Internazionale di Commedia dell’Arte
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Maurizio Lastrico

intervista pubblicata il 6 settembre 2015

Le risposte di MAURIZIO LASTRICO, attore comico, cabarettista e autore, noto al grande pubblico per le numerose partecipazioni a Zelig e per l’interpretazione della parte di Ludovico in “Sole a catinelle”, film del 2013 di Checco Zalone, record di incassi.

1) Il teatro crea un’intimità unica, quell’intimità che avevamo coi nostri amici da bambini. Condividere un gioco e’ una cosa molto preziosa. Il rischio è solo quello di rimanere imprigionati in quel mondo.
2) Imitavo sin da piccolo le persone che mi colpivano ed ero affascinato da chi riusciva a far ridere col linguaggio; Poi le prime recite a scuola mi hanno fatto conoscere quella sensazione di scambio col pubblico che ricerco ancora oggi: una droga ecosostenibile.
3)Molto meglio di quello fatto da professionisti non appassionati. La voglia, la paura e la follia di salire sul palco sono più incisive di qualsiasi buona tecnica. Questo non deve essere un alibi per fare tutto alla garibaldina ma ogni volta che vedo uno spettacolo amatoriale bello o brutto che sia, noto sempre uno spirito anche nei piccoli ruoli che mi sprona ad averlo anche io.
4)Ho visto ultimamente la Compagnia del Ronco (compagnia teatrale amatoriale sorta nel 2000 a Poasco, una frazione di San Donato Milanese, n.d.r.)  e alcuni spettacoli de “La Manifattura” (associazione culturale di Macherio, provincia di Monza e Brianza, operante dal 2005 in ambito nazionale, n.d.r.) e anche la Compagnia del Teatro di Carosino (costituita sul finire del 2005 tra veterani del teatro amatoriale di Carosino, provincia di Taranto, n.d.r.). Ah, anche un gruppo di cui purtroppo non ricordo il nome, a Verona, che faceva “Sarto per signora” di Georges Feydeau; ecco, in quel caso, avendo fatto quel testo da professionista, posso dire che c’erano scelte di regia e alcuni personaggi, compreso il mio, che mi sono sembrati più efficaci.

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Brian Latini

intervista pubblicata il 12 febbraio 2017

Le risposte di BRIAN LATINI, attore, danzatore e mimo, vincitore del premio “Attilio Corsini 2014” e del premio “Cerami 2015” con lo spettacolo “Il Monello”, rivisitazione del celebre film di Chaplin, prodotto dal Gruppo Jobel con il riconoscimento della famiglia Chaplin e della Chaplin Foundation.

1) Quando il teatro è un mezzo per riflettere sulla società che ci circonda, comunicare qualcosa a chi ci ascolta allora non esistono professionisti o amatori. Siamo tutti uniti dal medesimo scopo: raccontare ad un pubblico e quindi, nella società di oggi, anche capire come riuscire a trovare un linguaggio per le nuove generazioni. Siamo uniti non solo nella formula espressiva ma anche nella ricerca di una nuova comunicazione dal vivo.
2) Il mio percorso artistico è iniziato con la danza, ho cominciato relativamente tardi, e continuato a danzare pensando che quella fosse la mia unica dimensione espressiva, fino a quando, nel 2008 sono entrato in contatto con il Jobel Teatro. Avevo partecipato ad uno spettacolo come danzatore e successivamente il direttore artistico, Lorenzo Cognatti, mi propose anche di recitare. Da lì non mi sono più fermato. Mi sono innamorato anche del teatro e tutt’oggi è una continua scoperta, giorno dopo giorno, che arricchisco con altri percorsi, come il mimo, presente infatti nello spettacolo “Happy Times”.
3) Penso che a prescindere dal fatto che una persona sia un semplice appassionato o un professionista il teatro oggi deve trovare il modo di cambiare ed evolversi al passo con la società che ci circonda. Perciò, anche se un amatore ha una forte necessità di voler comunicare, raccontare o far riflettere può e deve usare tutti i mezzi che ha a disposizione per realizzare la sua passione.
4) A volte mi è capitato di vedere spettacoli amatoriali di persone che mettono più impegno, più necessità di quanta ne mettano i professionisti. Questo perché fondamentalmente non bisogna mai dimenticarsi del motivo per cui tutto è iniziato, anche andando avanti negli anni di professione, per mantenere sempre viva quella scintilla, quella voglia di esserci e soprattutto di essere. Quindi si, a volte attori non professionisti “sono” mentre attori professionisti semplicemente “fanno”.

Brian Latini frequenta dal 2005 corsi di danza classica, moderna e contemporanea a Terni, partecipando a numerosi spettacoli  e opere. Dal 2008 collabora stabilmente con il Jobel Teatro, prendendo parte alla lavorazione di molte produzioni tra cui: “Mameli. Canto di un Giovane Italiano” di scena all’Ambra Jovinelli di Roma e in tour in Brasile, “Vitruvius” con debutto al “Pantomimen Festival” di Dresda, Germania.  Dal 2011 perfeziona la propria formazione come mimo lavorando direttamente con Mr. Gregg Goldston, fondatore della School of Mime di New York ed erede diretto di Marcel Marceau, divenendone collaboratore in occasione del workshop tenuto da maestro americano in Italia nel 2013. Nel 2015 debutta al Teatro Vittoria con lo spettacolo muto “Il Monello” di C. Chaplin, con il riconoscimento della famiglia Chaplin e della Chaplin Foundation, vincitore del Premio Corsini e del premio Cerami. Nel 2015 viene scelto per prendere parte al progetto europeo “Undercreative Network” che lo vede in scena in quattro spettacoli con altrettanti artisti europei in Germania, Rep. Ceca, Romania. Dal 2016 tiene workshop di teatro e narrazione corporea anche in tutta Europa (Bucharest, 2016, Dresda, 2016, Poznam 2017, Berlino 2017).


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Andrea Liberati

intervista pubblicata il 25 ottobre 2015

Le risposte di ANDREA LIBERATI, attore, regista, musicista ed autore teatrale.

1) Il teatro rappresenta ciò che siamo, sia nel singolo che nell’insieme sociale. Le storie che vengono messe in scena ci consentono di rivedere come pubblico ciò che è stato da noi compiuto o da chi vicino a noi ha compiuto cose, per se stesso e/o per gli altri, e questo ri-vedere il prodotto delle vite collettive del nostro paese e degli altri, ci consente anche di valutarci, correggerci senza troppo dolore giacché la scena ci salva dal giudizio sociale diretto e crudele e ci tiene tutti sempre in gioco, salvi e rigenerati. Chi compie ciò sono le persone che mettono in scena gli spettacoli (amatoriale e professionisti) e il pubblico che perfeziona il lavoro teatrale con la sua partecipazione e con la sua reazione. “Amatoriale” e “professionale” sono definizioni “scomode” quando si parla di anima perché spesso sono sinonimo di cose che li potrebbero mettere l’uno contro l’altro, o nel migliore dei modi, li potrebbe far ignorare (come spesso accade) reciprocamente, un po’ come dei separati in casa. Se il teatro unisce, cosa che effettivamente potrebbe fare, lo si deve a tutti quelli che lo fanno per unire, amatori o professionisti che siano.
2) Con il teatro amatoriale naturalmente. In parrocchia, con la commedia musicale. Quando posso collaborare, dove sia attuabile, con il teatro amatoriale, lo faccio con gioia.
3) Tutto il bene possibile al mio cuore, anzi, se ne fa ancora troppo poco perché l’Italia è piena di spazi teatrali,sale, spazi scenici, di gente che lo farebbe volentieri ma sono un po’ lasciati alla iniziativa singola, e vista la complessità dei campi che coesistono dentro una compagnia e le “piccole” responsabilità che si prendono, chi decide di rappresentare uno spettacolo, soffre una gravità che costringe ad “arrangiarsi” TROPPO e alla rinfusa. Chi lo persegue dovrebbe avere un aiuto-presenza dallo Stato, non in termini di finanziamenti o contributi, bensì di coordinazione, di organizzazione e di riferimento territoriale meno legato agli equilibri di politica o parrocchia ma più alle esigenze endemiche dello spettacolo dal vivo e alla circuitazione specifica e con un occhio di reale riguardo verso l’incontro col pubblico.
4) Non penso mai ai teatranti in termini di professionisti o amatoriali ma come teatranti più o meno maturi nel percorso della rappresentazione. Detto questo, mi è capitato di vedere nella vita quotidiana fuori del teatro, delle persone rappresentare, interpretare, suonare, scrivere così bene che il teatro ne avrebbe guadagnato di molto se avessero deciso di militare in questo settore, ma purtroppo non è così. Credo che se l’attività teatrale fosse presente nelle scuole con la stessa dignità di una materia scolastica qualsiasi, forse alcune di quelle persone che dicevo poco fa, avrebbero potuto misurarsi e magari oggi farebbero il lavoro giusto per loro, con molta gratitudine da parte del pubblico.

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Saverio Marconi

intervista pubblicata l’11 novembre 2015

Ecco le risposte di SAVERIO MARCONI, attore, regista, autore e produttore, direttore artistico della Compagnia della Rancia, sinonimo quest’ultima del musical in Italia.

1) Il teatro dovrebbe essere insegnato a scuola cominciando dalle elementari fino al liceo e all’università. Il teatro bisogna farlo per capire quanto sia importante nella crescita personale. Molto spesso si pensa che il teatro sia solo “recitare” ma non è così. Esistono molte discipline senza le quali uno spettacolo non potrebbe andare in scena. Ci lamentiamo della diminuzione di pubblico ma la vera colpa è della non conoscenza di questo genere di intrattenimento dal vivo. Per spigarmi meglio e far capire quanto il teatro può unire voglio fare un paragone fra il teatro e lo sport. Una squadra di qualsiasi disciplina sportiva per vincere deve far perdere un’altra squadra, è una lotta! Un gruppo di persone unite per battere un altro gruppo! Chi vince esulta chi perde è triste. In teatro la squadra che si forma lotta per vincere, ma quando vince non ci sono sconfitti e se perde tutti sono sconfitti! Se uno spettacolo entusiasma chi lo fa ed entusiasma il pubblico che va a vederlo allora sia i teatranti che il pubblico hanno vinto! Ma se lo spettacolo è brutto la sconfitta è sia per chi lo fa che per il pubblico. Quindi bisognerebbe insegnare teatro fin da piccoli per far capire che si può vincere e crescere tutti insieme se si è uniti.
2) La mia passione è iniziata sin da piccolo andando all’opera. Poi ho studiato recitazione, ho frequentato scenografia all’Accademia di Belle Arti di Firenze e ho cominciato a fare regie con una compagnia amatoriale di Tolentino (Macerata, n.d.r.) il Guppo Teatro Tolentino. E’ stata una bella palestra per me!
3) Se è fatto bene è teatro!
4) Certo che ci sono degli amatoriali molto bravi ma la differenza fra amatoriale e professionista non è e non può essere la bravura. La differenza sta nel fatto di voler affrontare una strada molto dura e difficile per far coincidere la propria passione con il proprio lavoro e la decisione di far diventare la propria passione un hobby. Solo questa è la fondamentale differenza fra professionisti e amatoriali.

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Salvatore Marino

Intervista pubblicata il 29 maggio 2017

Le risposte di SALVATORE MARINO, attore teatrale, cinematografico e televisivo noto al grande pubblico per le sue partecipazioni a numerosi programmi TV in veste di surreale giornalista di TG.
Dice di sé stesso nel suo blog : “Mi chiamo Salvatore, per gli amici Sal, sono mezzo bianco e mezzo nero. Ho i capelli da nero e la faccia da bianco. Ho un nonno che è albino… un albino nero. Mi spiego, mentre l’albino bianco è completamente bianco, l’albino nero è completamente nero, quindi nessuno se ne accorge. Tornando a me, più passa il tempo e più perdo melanina, è una condizione, questa, che mi fa sentire come un nero pentito… o un bianco indeciso… non lo so, fate voi. Sono un uomo carico d’entusiasmo; anche troppo! La prima volta che mi affacciai al mondo del lavoro lo feci con troppo entusiasmo, che cascai di sotto.”

1) Quelli che lo fanno per passione sono addirittura più importanti, e forse anche più seri, perché non c’è in loro il lato esclusivamente venale legato all’esigenza di dover necessariamente tirare su una paga. Sono alleggeriti da questo aspetto economico e quindi la passione prevale su tutto.

2) Non lo so. Il Teatro è qualcosa che si ha dentro, quindi in un certo senso non è cominciata, ma c’era già, a un certo punto l’ho “tirata” ed è venuta fuori. Poi naturalmente le prime recite scolastiche e successivamente mi è venuta l’idea di provare a farlo professionalmente. Ho frequentato prima l’Accademia Scharoff e dopo il Laboratorio di Gigi Proietti e di lì è partito tutto. Il Teatro continua ad essere per me un’attività di importanza fondamentale, nonostante il grande pubblico mi abbia conosciuto soprattutto attraverso la televisione. Il Teatro mi consente di esprimermi, diciamo così, a 360 gradi, cosa che né il cinema né la televisione permettono per ovvi motivi. E quindi continuo con almeno un paio di produzioni ogni anno.

3) Secondo me il Teatro Amatoriale è importante, è fondamentale perché è anche educativo e prepara il pubblico, lo predispone a frequentare i teatri. Quello amatoriale è un Teatro non professionale nel senso che è legato soltanto a una passione che si ha e che quindi non può essere assimilato al teatro professionale ma che allo stesso tempo non può essere definito di Serie B. Il Teatro Amatoriale è di Serie A, punto.

4) A me capita spesso. Si vedono compagnie amatoriali che lavorano con grande passsione al punto che superano, come veicolo emozionale, il professionista.

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Glauco Mauri

intervista pubblicata il 30 agosto 2015

Le risposte di GLAUCO MAURI, tra i più importanti attori teatrali viventi del panorama italiano ed internazionale, condirettore della Compagnia Mauri-Sturno.

1) Sono d’accordissimo. Il teatro è uno dei miracoli di comunicazione, attraverso cui un uomo può parlare a un altro uomo, dal vivo, senza uno schermo, un intervento tecnologico. È la via migliore per comunicare tra gli uomini. La comunicazione del teatro è quella più incisiva. Quando andiamo al cinema, la pellicola è sempre quella, non cambia mai. In teatro invece ogni spettacolo è diverso, perché il teatro si fa in due: noi attori e il pubblico, noi e la gente.
2) Sono nato e vissuto a Pesaro, durante gli anni terribili della guerra. Provengo da una famiglia povera ma che mi ha sempre insegnato ad amare la cultura; mia madre parlava soltanto il dialetto pesarese, ma come tutte le donne del popolo, era molto più intelligente di tante persone colte. Gli unici posti dove ci si poteva incontrare tra ragazzi erano le parrocchie ed io frequentavo quella di Sant’Agostino. Un giorno un mio amico che come me frequentava la parrocchia, mi disse che in via Castelfidardo, in una vecchia chiesa sconsacrata, si stava aprendo una filodrammatica. Allora c’erano filodrammatiche per soli uomini e per sole donne. Ebbi l’incarico di fare il suggeritore. Il regista era un sacerdote, padre Lazzari. Poi faci “carriera”. Debuttai come attor giovane della compagnia il primo gennaio del 1946, a sedici anni. Interpretavo la parte di un ragazzo scapestrato che fugge di casa. A un certo punto il padre si ammala, sta per morire. Il ragazzo lo viene a sapere e torna al suo capezzale. La scena finale era col padre morente su una poltrona ed io inginocchiato accanto a lui. A quel punto doveva chiudersi il sipario, uno di quelli a ghigliottina che invece di aprirsi e chiudersi come una tenda si alzano e si abbassano appunto come una ghigliottina, ma il sipario, appunto, si fermò a metà. Io e l’altro che faceva mio padre rimanemmo per qualche istante immobili e poi il morto si svegliò e disse: “signori, lo spettacolo finisce qui”. Ci fu un boato di risate e di applausi di cui mi ricordo tutt’ora con piacere. Fu allora che pensai, vedendo il sipario che non si abbassava: “Questo sipario rimarrà alzato, per me, per molto tempo.” Ho cominciato da filodrammatico, insomma. Non pensavo minimamente di fare l’attore professionista, ma fin dalla prima volta che ho calcato le tavole del palcoscenico me ne sono innamorato. Poi dopo, a diciotto anni, mi sono trasferito a Roma, solo e senza un soldo. Sono riuscito a entrare all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica e ho cominciato la mia vita nel Teatro.
3) È una cosa ottima. Trovo che sia una palestra per esercitare i sentimenti. C’è una frase di Bertolt Brecht che mi è sempre rimasta impressa: “Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte, quella del vivere”. E io sono convinto che il Teatro è tra tutte le arti quella che più di tutte contribuisce all’arte del vivere. Quando io recito spero sempre che la gente esca dal teatro più ricca di quando è entrata.
4) Sì. Tra le altre cose, a spingermi a dedicarmi al teatro, c’è stato vedere a Pesaro un signore, si chiamava Lirio Arena, un attore della filodrammatica di Ancona. Bravissimo. Quando fondai con Valeria Moriconi, Luzzati, Enriquez e poi anche Scaccia la Compagnia dei Quattro, proposi di scritturarlo. Lui però, era un funzionario delle ferrovie, mi pare,  non poteva lasciare i suoi impegni di lavoro e quindi non se ne fece nulla. Il talento quando c’è va comunque coltivato. Molti rimangono semplici appassionati, ma io li abbraccio tutti perché mi ritengo un amatore del Teatro Amatoriale. In fondo provengo da lì.

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Enzo Moscato

intervista pubblicata il 29 novembre 2015

Le risposte alle 4 domande di ENZO MOSCATO, attore, autore e regista  tra i capofila della nuova drammaturgia napoletana.

1) Il Teatro unisce tutti quelli che lo fanno… perché la passione per la scena, sia che resti amatoriale, sia che prenda un indirizzo cosiddetto professionale, resta ( o dovrebbe restare) assoluta. Come assoluta è quella dei bambini per il gioco. O quella dei tifosi per il calcio o per qualsiasi altra manifestazione ludica. Si può diventare famosissimi come artisti di teatro ma se viene via o si smarrisce Il genuino entusiasmo per questo gioco d’auto- rappresentarsi fantasticamente su di un palcoscenico, il mestiere di teatrante diventa un fatto burocratico e non si distingue più dagli altri infiniti impieghi – anonimi e senza gioia – già esistenti nel campo del comune lavoro sociale.
2) La mia passione per il teatro ha origini antichissime. Non me lo ricordo nemmeno più quando e come è venuta fuori. Più che una chiamata a far l’attore, l’ho sentita sempre come un invito a scrivere il mio corpo e la mia anima in un modo diverso da quello che sentivo avere nella vita quotidiana, e che non mi soddisfaceva. Sono sempre stato una creatura fantasticante, insofferente dei limiti che mi poneva il cosiddetto principio di realtà. Penso che già la fantasia e il bisogno di fuggire attraverso essa verso orizzonti d’invenzione totale della vita  – e non di mera accettazione e rassegnazione dei confini della stessa – fosse in me, e in età molto precoce, desiderio e necessità di essere/fare Teatro.
3) Non faccio mai un distinguo fra amatoriali e cosiddetti professionisti, per quanto riguarda la pratica del Teatro. Anzi, talvolta penso che non solo gli amatoriali siano enormemente più bravi di coloro che lo fanno per mestiere, ma che addirittura, in mezzo a quelli che mai sono saliti su un palco o che nemmeno sanno che cos’è il Teatro, ci siano potenzialmente grandi geni sconosciuti della Scena! Questo, ovviamente, non vuol dire che nei non-professionisti non ci sia da studiare e coltivare il Teatro a livelli sempre più profondi e impegnativi: il Teatro è un fatto eminentemente culturale e la cultura può anche essere acquisita nella vita da autodidatti, fuori cioè dalle cosiddette scuole di istruzione che, talvolta, sono solo ‘distruzione’ di ciò che di bello e di originale abbiamo dentro. Voglio dire, insomma, che amatoriali o professionisti che si sia, siamo tenuti sempre a migliorarci e ad elevarci, mai accontentarci o compiacerci di ciò che siamo!
4) Certamente. Mi è successo più volte. Come già ho detto dianzi. Soprattutto mi succede di pensarlo o constatarlo quando noto che negli spettacoli o i lavori di alcuni miei colleghi – alcuni dei quali peraltro hanno già raggiunto una fama planetaria! – si è come avvilita o smarrita la vecchia vocazione o passione che pur all’inizio della loro – fortunatissima – carriera debbono, in qualche modo, aver avuto. Sento un senso di disagio e di tristezza, non mi trovo a mio agio. Ciò che vedo sulla scena non ha fuoco, non ha impeto, non ha rabbia, non ha necessità. E’ routine e magari bravura derivante dalla routine, ma, per quel che riguarda lo sconvolgimento dei cuori che il Teatro dovrebbe immettere nel pubblico, non ce n’è per niente. Meno di quel che ce n’è, magari, se ci capita di entrare in qualsiasi ufficio del catasto o del comune, a richiedere informazioni o ‘cacciare’ qualche carta!

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Thomas Mugnano

intervista pubblicata il 28 febbraio 2016

Le risposte di THOMAS MUGNANO, attore, regista, autore teatrale, cabarettista e poeta.

1) Il Teatro è passione, è cultura è tradizione ed io sono solito dire che è una gran brutta cosa se non genera “tachicardia” e “dipendenza”. Esso familiarizza, associa, confronta e crea gruppi di persone che con nobili scopi lo utilizzano a scopo filantropico. Purtroppo, però, bisogna ammettere che non sempre avvicina tutti quelli che lo praticano. Per molti è solo un un gran bel lavoro da svolgere per questioni di lucro. Per altri è motivo per invidiare, denigrare e sminuire colleghi e registi che hanno un maggior ascendente sul pubblico.
2 ) L’ho sempre avuta!! E’ nata e cresciuta con me fin da bambino quando la maestra ci faceva interpretare le classiche e noiose recite di Natale o Carnevale. Poi da ragazzo continuai con una compagnia parrocchiale e successivamente mi iscrissi ad un’accademia di recitazione a Napoli e precisamente al Don Bosco….l’ho frequentata per 3 anni e mezzo fino a conseguire il desiderato “diploma”  e pian piano, tra Cabaret e Teatro, eccomi qui a scrivere, dirigere e interpretare lavori teatrali da ormai più di 28 anni.
3 ) È il migliore!! Quello fatto con il cuore, con la passione, con l’impegno e la dedizione, magari dopo una dura giornata di lavoro. Il teatro degli amatoriali è quello più genuino perchè spesso e volentieri è messo su senza sovvenzionamenti, senza convenzioni e senza nessunissimo aiuto finanziario. Nonostante ciò c’è gente che, spesso e volentieri, ci rimette anche di tasca propria pur di rendere servizio ed onore a quella che reputo la più bella di tutte le passioni: la recitazione.
4 ) Ma sta scherzando? Allora, premetto che il divario tecnico, artistico e formativo tra i professionisti e gli amatoriali è notevole. Un po’ come vedere una partita di seria A e di “Interregionale”. Ma io sono uno che mangia “pane e teatro”. A me non piace solo essere sul palco per recitare ma adoro anche,  con mia moglie, rinnovare l’abbonamento per vedere altri spettacoli e lo faccio regolarmente da ben  oltre 20 anni. Le assicuro che ogni anno, nei vari cartelloni di professionisti che si susseguono, ci imbattiamo in rappresentazioni indecenti che vedono le platee alleggerirsi (per non dire dileguarsi) tra il primo e il secondo atto. Spettacoli messi su dai professionisti  con superficialità,  incuria e approssimazione. Eh si, ha capito bene, attori illustri che, a causa del loro mediocre lavoro, vengono lasciati soli sul palco. Il motivo? La routine, la noia, il dio danaro e la voglia di “arronzare” per andar presto a casa. Con i filodrammatici questo non accade MAI. C’è passione, impegno e desiderio di recitare. Insomma per fare un esempio….i professionisti a volte sono delle Ferrari che viaggiano a 130 km orari, gli amatoriali, invece, viaggiano sempre a 130 Km orari ma con una Fiat 500. I primi potrebbero dare molto di più ma non lo fanno e i secondi si dannano l’anima per dare il massimo ma devono fare i conti con le loro limitate capacità. Infatti, con i dilettanti accadono altri problemi altrettanto gravi. Quali? La mancanza di competenza di alcuni pseudoregisti che si ergono a tale ruolo pur non avendo nessuna preparazione di base per poter formare i loro allievi. L’assenza di studio dell’ ABC del teatro tipo lo sgangio, l’accavallamento, la postura, la dizione, l’inclinazione di scena, le inflessioni ecc ecc. Tutte queste regole teatrali,  che sono indispensabili e fondamentali sia per gli amatoriali che per i professionisti, vengono puntualmente e quasi regolarmente disattese ed ignorate da molti gruppi amatoriali rendendo spettacoli spesso indecenti. Poi c’è un altro aspetto odioso: l’autoacclamazione e l’autoincensamento. Sono questi due elementi famigerati del teatro amatoriale. Infatti, in questi spettacoli  il 95% delle volte il pubblico è costituito solo da parenti, amici e conoscenti che vengono a vedere lo spettacolo, essi non capiscono un fico secco di teatro e appassionati e coinvolti nel vedere un loro parente sul palco li induce a lasciare commenti paradossali come se avessero visto in scena un grande “mattatore”.

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Daniele Ossola

intervista pubblicata il 6 marzo 2016

Queste le risposte di DANIELE OSSOLA, cantante, ballerino, autore, attore e regista teatrale. Daniele, performer poliedrico, si diploma all’ Accademia di formazione per lo spettacolo M.A.S. di Milano nel 2006. Tra le discipline studiate nei tre anni di corso: recitazione, dizione, teatro-danza, canto, teoria musicale e solfeggio, musical, danza classica, danza modern-jazz, danza Hip Hop, danza contemporanea, acrobatica. Partecipa a spettacoli teatrali, film, musical, cabaret in qualità di attore, cantante e ballerino e si occupa di regia.Dal 2010 conduce laboratori e corsi di recitazione, espressione corporea e musical ad Ivrea, Torino e Biella.

1) Certamente. Anzi, credo che sia un validissimo strumento proprio per ritrovare quel “contatto umano” che oggi sembra andato smarrito. Penso che il teatro possa essere tante cose per chi lo fa: un modo per (ri)cercare o ritrovare se stessi, per costruire insieme e sicuramente anche un’importante scuola di umanità. E, perché no, un grande strumento sociale.
2) Ho sempre avuto un’inclinazione ed una passione per le discipline performative: da bambino il protagonista delle recite a scuola DOVEVO essere io. Scherzi a parte, in realtà la mia prima passione è stata quella del canto, che ho iniziato a studiare a 14 anni. Il teatro e la recitazione sono arrivati dopo, quando mi sono avvicinato al musical. Ho avuta la fortuna di frequentare un’ Accademia che mi ha permesso di studiare recitazione, canto, danza e musica… ma col passare del tempo mi era sempre più chiaro come il teatro fosse la mia casa. L’essermi avvicinato a tante discipline diverse mi ha comunque portato a credere che non esistano delle reali differenze tra le diverse discipline performative e che il teatro possa essere davvero tutto.
3) Credo sia un’ottima cosa, un veicolo per avvicinare tutti al teatro, anche una maggiore fetta di pubblico. Non ho alcun pregiudizio snob al riguardo, credo solamente che vadano distinti i due “mondi”, quello del teatro fatto da professionisti e quello amatoriale, senza avere pregiudizi in un senso o nell’altro, ma semplicemente riconoscendone le diverse prerogative.
4) Oh sì, così tante volte! Mi verrebbe da fare nomi e cognomi… ma non lo farò.

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Mario Pirovano

intervista pubblicata il 13 settembre 2015

Queste le risposte di MARIO PIROVANO, attore, traduttore e grande interprete delle opere di Dario Fo.

1) La mia esperienza è,  che non è affatto così. Anche in questo mestiere, purtroppo, le piccolezze umane hanno il sopravvento. Competizione, arrivismo, voglia di protagonismo, smania di apparire… non consentono di potersi elevare e così avere un rapporto più intenso, più vero e sincero. Al massimo si riesce ad avere un atteggiamento civile e educato, di una rispettosa formalità, che devo sottolineare è già una conquista. Infatti quando si lavora per parecchi mesi assieme, raggiungere anche un situazione di rapporti formali, può essere una soluzione.
2) La mia passione per il teatro è iniziata una sera di Maggio del 1983 al Riverside Studios di Londra, dove per la prima volta ho visto Dario Fo e Franca Rame recitare il “Mistero Buffo”.
3) Penso che si possano fare delle cose eccezionali anche con la sola passione,  tuttavia ritengo che da sola non basti; sono importantI anche un grande impegno, uno studio costante, una voglia di ricercare sempre nuove possibilità, sperimentarsi e misurasi con cose sempre diverse. E’ fondamentale, se si ama questo mestiere, frequentare diverse discipline, che possono così completare e arricchire  quello che all’inizio era solo una “passione”.
4) Sì, innumerevoli volte; ho visto compagnie amatoriali che mi hanno divertito e coinvolto molto di più, di compagnie blasonate e titolate, proprio perché la loro passione era travolgente.

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Federica Quaglieri

intervista pubblicata il 20 settembre 2015

Le risposte di FEDERICA QUAGLIERI, attrice di teatro, cinema e televisione nonché scrittrice.

1) Si, sono assolutamente d’accordo. Credo che la differenza sostanziale stia nel fatto che chi lo vive come hobby, appunto, ne coglie la sua essenza più ludica senza doversi preoccupare di altre dinamiche imprescindibili per chi, invece, ci lavora .
2) La passione per la recitazione mi appartiene da sempre. Sin da piccolissima ho sempre saputo di voler fare l’attrice. La vera fortuna è stata che sia stato riconosciuto in me quel talento che occorreva per poter realizzare questo sogno. Oggi mi reputo una persona molto fortunata, perché ho potuto fare della mia passione più grande il mio mestiere
3) Io penso che il Teatro in sé sia altamente terapeutico per ognuno di noi. Aiuta in moltissimi aspetti caratteriali a conoscerci meglio e ad andare contro le nostre barriere personali. Il fatto che venga vissuto da non professionisti non muta la sostanza con cui lo si vive. Il motore che avvicina alle scene è sempre e comunque la passione . Perciò, credo che sia meraviglioso che le persone abbiano ancora voglia di giocare e di mettersi in gioco.
4) Con tutta onestà, devo dire che non ho quasi mai assistito a spettacoli amatoriali. Questo perché, essendo il mio habitat lavorativo, in genere mi muovo in luoghi dove gli spettacoli vengono realizzati da professionisti. E’ un luogo di lavoro, appunto. Perciò purtroppo non ho gli strumenti per rispondere a questa domanda. Sono però certa che alcuni dei non professionisti abbiano più talento di alcuni miei colleghi ritenuti tali. La tecnica è uno strumento, non è mai il fine. E il talento è un dono che non sempre si ha e da cui, invece, a volte si prescinde.

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Mariagiovanna Rosati Hansen

intervista pubblicata il 27 settembre 2015

Ecco le risposte di  MARIAGIOVANNA ROSATI HANSEN, attrice, regista teatrale e saggista, fondatrice e direttrice dell’ Istituto Teatrale Europeo di Roma, ideatrice del metodo Hansen.

1) Da sempre sostengo che il teatro è per tutti (anche se non tutti possono essere Attori  ) e da 40 anni , come Art Theatre Counselor sostengo anche che il teatro condotto con competenza anche psicologica è senz’altro perfino terapeutico. Il mio Metodo Hansen porta avanti questo messaggio di unificazione e crescita personale e ampiamente lo spiego nel mio primo libro “L’arte dell’Attore e Art Theatre Counseling” edito dalla Edup
2) Non saprei dire esattamente quando è iniziata la mia passione.  Avevo circa 8 anni quando ho capito che il Teatro era una cosa importante e 15 anni quando ho scelto il teatro come professione. Ho studiato al National Theatre a Londra tanti tanti anni fa…..
3) Ho grande stima per gli amatoriali! Persone che per amore , solo per amore, dopo una estenuante giornata di lavoro trovano una energia rinnovata per provare lo spettacolo! Tra l’altro ogni tanto vengo “scritturata” da gruppi amatoriali per fare regia ai loro spettacoli e devo dire che le soddisfazioni sono tante. A Dicembre per esempio debutto con una compagnia amatoriale nel nostro teatro qui a Roma il teatro Abarico.
4) Cerco di non emettere mai giudizi e poi come si fa a decidere chi è bravo e chi no? Posso solo dire che quando mi emoziono non guardo se sono amatoriali o professionisti: sono grata per l’emozione ricevuta e basta!

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Pascale Saccone

intervista pubblicata il 9 agosto 2015

Le risposte di  PASCALE SACCONE, attrice e regista teatrale, docente di dizione e impostazione della lettura al Master di Giornalismo Radiofonico e Televisivo alla LUISS, conduttrice radiofonica e televisiva.

1) Il teatro deve unire tutti…. se questo non accade vuole dire che qualcuno sta bluffando. L’amore per il teatro non conosce la distinzione tra  hobby o professione, la differenza consiste nell’impegno che si dedica al teatro, tempo pieno o “part time” , le scuole che si sono fatte, l’esperienza, ma il teatro in fondo chiede solo una cosa, lasciare un segno nello spettatore, un emozione, qualcosa che lo diverta o lo faccia pensare, una magia che accomuni….e se l’attore, professionista o meno, “non recita”,  il teatro, allora sì, unisce tutti…
2) La passione per il teatro è iniziata quando andai a vedere con la scuola per la prima volta una commedia. E’ stato un colpo di fulmine, abituati con la televisione, non mi sembrava vero guardare attori a pochi metri da me che riuscivano a farmi entrare in una dimensione diversa, in una storia immaginaria ma reale, l’impeto era quello di voler essere tra loro, in quel racconto che ci proponevano….bellissimo ricordo
3) Il teatro fatto da appassionati va benissimo ugualmente, purché ci sia comunque una tecnica, non si commettano errori paradossali che diseducano alla cultura e alla difficoltà di fare teatro. Amo la spontaneità, la sincerità, ma sono tra quelle che nota se dietro c’è comunque studio e lo apprezzo; l’amore, la passione, la dedizione fanno tantissimo, quasi tutto, ma esiste una preparazione che non va trascurata…
4) Mi è capitato di dire spessissimo che alcuni amatoriali li ho trovati più interessanti dei professionisti per molti aspetti. Alcune volte mi annoio a teatro, per le regie poco fluide,storie un po’ banali,  attori innamorati più di se stessi che del personaggio, e questo vale per i professionisti e per gli amatoriali ma, dando per scontato che nel teatro professionale non dovrebbe succedere, sono più comprensiva nei confronti degli amatoriali. Alcune volte attori talentuosi per motivi diversi non possono diventare professionisti e dedicano la loro bravura al teatro amatoriale, ma si riconosce, si nota subito quel qualcosa in più che soprattutto ad un occhio attento non sfugge, e lavorando molto volentieri con gli amatoriali, non me li lascio sfuggire….
Pascale Saccone ha frequentato la Scuola Biennale di Recitazione con Mario Scaccia, Stage presso il Teatro di Roma con Giorgio Albertazzi, la Scuola di recitazione ed impostazione della voce di Ginella Bertacchi, con Giulio Bosetti, Carlo Simoni, Ileana Ghione. Alberto Bassetti, la Scuola di mimo MTM di Robertino Della Casa e la Scuola di Espressione Corporea di Jacques Le Coque. Ha partecipato come conduttrice a vari programmi Rai sia in radio che in TV e ha lavorato come attrice protagonista e regista nei maggiori teatri italiani, in opere di Ionesco, Pirandello, Goldoni, Feydeau ed altri.

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Elisabetta Salvati

intervista pubblicata il 26 giugno 2016

Queste le risposte di ELISABETTA SALVATI, una delle attrici più apprezzate e richieste del panorama teatrale romano:
1) Il teatro sicuramente unisce. Più di altre arti è povero, sconosciuto, ed è più una vocazione che un mestiere. Si differenzia drasticamente dalla televisione e dal cinema, racchiude più rischio e maggiore libertà sia interiore che espressiva.
2) La mia passione per il teatro è iniziata a 14 anni, a scuola, leggendo Molière.
3) Un vero attore sul palco è re, nella sua scena è imperatore, e quando scende in platea è servo di tutti perchè a tutti offre sè stesso e la sua opera.  Pochi hanno il coraggio di sentirsi cosi e di vivere cosi, e chi vive e si sente cosi è attore dentro e fuori, poco importa se professionista o amatoriale.
4) Devo dire che a volte vi sono spettacoli amatoriali che superano per emozione e bravura gli spettacoli dei professionisti. Purtroppo sempre più spesso nei teatri di giro si vede poca bravura e tanto business. Il talento non sempre va di pari passo con il successo o con la fama.

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Chiara Stoppa

intervista pubblicata il 18 ottobre 2015

Le risposte di CHIARA STOPPA, attrice e regista teatrale, particolarmente attiva nell’insegnamento del teatro a persone con disabilità. È autrice del  libro “Il ritratto della salute”, sulla sua esperienza di lotta contro il cancro, da cui è stato tratto lo spettacolo omonimo, in scena dal 2012 in tutta italia.

1) Sono d’accordissimo. Tra le cose di cui mi occupo, insegno in un corso di teatro dove abili e diversamente abili, dai comuni cittadini ad attori a ragazzi che vivono in comunità fanno insieme teatro. Tutto questo nell’ambito di una cooperativa sociale. Abbiamo capito che alla fine il vero rapporto che accomuna l’educazione al teatro è proprio la relazione;  se non sei in relazione con gli altri non puoi fare teatro, quindi credo assolutamente che il teatro unisca nel bene e nel male. Càpitano anche un sacco di litigate, di amori, di amicizie, di divertimento, ma tutto passa attraverso le relazioni che si creano sul palcoscenico.
2) In realtà è una storia un po’ buffa: a 13 anni sono stata obbligata a fare un corso di teatro da mia madre perché lei il sabato pomeriggio lavorava e non voleva che io e mia sorella ce ne andassimo in giro per il centro di Pordenone a rimorchiare ragazzi. Inizialmente la mia reazione è stata negativa, nel senso che soltanto l’idea di andare a fare un corso di teatro mi pesava. In realtà a 13 anni volevo fare la contadina, volevo studiare agraria. Appena cominciato il corso, però, mi sono appassionata e quasi subito dopo ho iniziato a dire che volevo fare l’attrice. E da lì ho proseguito. Ho fatto tutti i corsi possibili e immaginabili fino ad arrivare all’accademia di teatro di Milano
3) Ne penso bene! Il teatro è sempre  bello farlo. Credo che sia anche molto giusto andarlo a vedere. Spesso incontro, sia tra i semplici appassionati che tra gli attori professionisti, una mancanza di interesse nell’andarlo a vedere. E invece credo che la cosa importante sia proprio quello, perché vedendo il teatro si impara a capire cosa ci piace e cosa non ci piace poi fare. Non si deve sempre e solo fare, bisogna anche andare a guardare.
4) Lo penso ogni volta che faccio teatro con i diversamente abili. Loro non sono di certo attori professionisti però hanno una vitalità e una naturalezza che a molti attori professionisti manca. Io tengo questo corso una volta alla settimana e spesso invito i miei colleghi di accademia a partecipare a queste due ore di laboratorio proprio perché è una palestra continua. Lavorare a contatto con questi miei attori insegna tantissimo proprio perché devi “esserci” sempre e comunque. Forse l’attore professionista è quello che ha un diploma o quello che riesce a vivere di questo lavoro, ma il fatto che uno spettacolo sia bello o brutto o che un attore sia bravo o meno bravo non dipende certo da un diploma ma dalla necessità che un attore o un’attrice ha di portare sulla scena una particolare storia.

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Marina Vitolo

intervista pubblicata il 1 novembre 2015

Ecco le risposte di  MARINA VITOLO, attrice e cabarettista  teatrale e televisiva.

1) Sono pienamente d’accordo. Il teatro è una delle forme di comunicazione più grande e più completa che esiste e come tale è universale. Esprimersi e trovare un nuovo canale per poter dire e dare è qualcosa di così importante che rende poco rilevante chi si cimenta nel farlo.
2) La mia passione per il teatro nasce fin da piccola. Ho avuto la fortuna di incontrare il teatro a 5 anni nella parrocchia del mio quartiere e da allora non sono riuscita a farne a meno. Ho frequentato l’università dello Spettacolo e pur avendo ottenuto il mio primo contratto da professionista con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ho continuato a partecipare agli spettacoli della compagnia amatoriale di cui facevo parte. Lo consideravo un gesto di riconoscenza nei confronti di una realtà che mi aveva dato tanto, da cui avevo imparato molto.
3) Il teatro è magia! E negli spettacoli amatoriali ne ho vista tanta. C’è la fatica non remunerata, l’armonia, la voglia di mettersi in gioco, la naturalezza , l’intuizione, la capacità di improvvisare e soprattutto il gusto di fare le cose che spesso noi professionisti abbiamo perso.
4)E’ successo e come! Nei miei corsi di teatro mi è capitato di portare in scena degli spettacoli con dei veri talenti. E’ chiaro che la bravura non può fare a meno della tecnica e dell’esperienza che si conquista con il tempo….quello che in gergo si chiama mestiere. Si impara da tutti e tutti hanno da dare.

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