Curiosità storiche

Vietato alle donne.

Nel teatro greco non esistevano le attrici. Nonostante la letteratura teatrale greca sia ricchissima di personaggi femminili a dir poco memorabili (Medea, Ecuba, Clitennestra, Elettra, Antigone, Fedra…), solo gli uomini potevano recitare in pubblico e interpretavano, grazie alle maschere, anche i ruoli femminili. Nel teatro latino le donne potevano partecipare agli spettacoli di mimo, come danzatrici, ma le tragedie e le commedie venivano interpretate esclusivamente da attori maschi. Solo nel XVII secolo, con la Commedia dell’Arte, in Italia, le donne iniziarono a calcare le scene.


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Palco e platea

Nella Grecia antica i teatri, tutti all’aperto, erano ricavati sfruttando i pendii delle alture. Lo spazio scenico era in basso, le gradinate per gli spettatori in alto, disposte ad emiciclo. Alla base delle gradinate c’era uno spazio di solito circolare, detto “orchestra”, dove il coro eseguiva le parti ad esso assegnate e le danze (orkèomai, in greco, significa “danzare”). Dietro l’orchestra c’era la “skenè”, un edificio rettangolare, col lato lungo rivolto verso gli spettatori; era dotato di porte ed aperture e rappresentava di solito un palazzo, ma poteva essere modificato con pannelli di legno dipinti. La parola skenè significa “tenda”; in origine, infatti, era costituita da un telo dipinto. Tra la skenè e l’orchestra c’era lo spazio rialzato entro il quale agivano gli attori protagonisti: il “proskènion” (in greco, “prima della skenè”), antesignano dell’attuale palcoscenico. Gli attori accedevano al proskènion dalle aperture sulla facciata della skenè, mentre il coro arrivava nell’orchestra attraverso i “parodoi”, corridoi tra il limite laterale delle gradinate e la skenè.


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Il “primo” attore

Secondo una leggenda, il primo teatrante della storia fu Tespi, vissuto in Grecia nella seconda metà del sesto secolo avanti Cristo. Autore e interprete delle sue opere, fu il primo ad aggiungere l’attore al coro, cui in precedenza era affidata per intero la narrazione dei drammi. Si narra che girasse per l’Attica, in compagnia di due suoi allievi, a bordo di un carro su cui trasportava le attrezzature di scena, fermandosi in ogni centro abitato a rappresentare le sue opere. Il carro veniva utilizzato come palcoscenico e il pubblico gli tributava ovunque grandi successi.


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Andiamo a teatro?

Mentre per i greci il teatro era un luogo in cui gli spettatori andavano per imparare, per i romani aveva soltanto funzione ludica: a teatro si andava per divertirsi. Per questo gli autori greci si distinguevano per le tragedie mentre nel mondo latino eccellevano i commediografi.
Gli edifici teatrali romani (nella foto quello di Aspendos, in Turchia, uno dei meglio conservati) erano costruiti in piano, senza sfruttare come in Grecia i pendii naturali e potevano essere coperti da una serie di teli (velarium) che riparavano gli spettatori dal sole.


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Playback e presa diretta

Il primo teatrante Romano è stato Livio Andronìco (nella foto la statua che lo raffigura, conservata ai Musei Vaticani), nel III secolo avanti Cristo. Pare sia stato l’autore della prima opera teatrale latina. Originario di Taranto, in quella che allora era la Magna Grecia, ex schiavo, recitava personalmente i suoi testi. Stando a quanto racconta Tito Livio nella sua Storia di Roma “Ab Urbe condita”, Andronìco è stato l’inventore del playback:
«Livio Andronìco fu attore dei propri drammi. Si dice che una volta, richiamato più volte in scena, era rimasto senza voce; chiesto il permesso, stabilì di far cantare davanti al flautista in sua vece un ragazzo, mentre lui eseguì la monodia con una gestualità notevolmente più espressiva, poiché non era impedito dall’uso della voce.»

 


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Sacro e profano

Nel Medioevo le prime forme di teatro consistevano nella drammatizzazione, durante le funzioni religiose, di episodi biblici e utilizzavano le chiese come spazi scenici. Gli “attori” erano sacerdoti e chierici e lo scopo di queste rappresentazioni era essenzialmente didattico: servivano cioè ad illustrare, in un modo comprensibile anche ai meno istruiti (in pratica la quasi totalità dei fedeli) quanto narrato nelle Sacre Scritture. In seguito queste rappresentazioni si spostarono fuori dalle chiese, sui sagrati, mantenendo però gli stessi temi.
Contemporaneamente nasceva anche una forma di teatro di strada, prodotto da attori e musici girovaghi che allestivano spettacoli buffoneschi, di mimo e farse popolari. Queste compagnie agivano in barba alle norme ecclesiastiche. La Chiesa osteggiava queste forme di intrattenimento, considerando gli attori grandi peccatori in quanto, travestendosi e interpretando personaggi irreali e fantastici, stravolgevano la Creazione Divina. Nel 682 il Concilio stabilì il divieto di tenere questi spettacoli nelle pertinenze delle chiese e i girovaghi si spostarono nelle piazze e nelle strade, dando inizio al teatro profano (dal greco “pro-fanòs”, cioè “fuori dal tempio”).


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One man show

In epoca medievale, a partire dal decimo secolo, si diffonde in Europa la figura del GIULLARE, artista che si guadagna da vivere esibendosi nelle piazze: sono attori, mimi, musicisti, imbonitori, addestratori di animali, ballerini e acrobati.
Edmond Faral, filologo francese e studioso di letteratura medievale, nel volume “Les jongleurs en France au Moyen age” (1910), scrive:
<<Il giullare è un essere multiplo; è un musico, un poeta, un attore, un saltimbanco; è un vagabondo che vaga per le strade e dà spettacolo nei villaggi; (…) è il ciarlatano che diverte la folla agli incroci delle strade; è l’autore e l’attore degli spettacoli che si danno nei giorni di festa all’uscita dalle chiese; (…) è il cantastorie, l’affabulatore, il cantore che rallegra festini, nozze, veglie (…) è il buffone che fa lo scemo e che dice scempiaggini.>>


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La quotidianità in scena

Nel Rinascimento gli spettacoli che possono essere considerati come precursori della commedia dell’arte furono creazioni di dilettanti. Dilettante era, per esempio, l’attore-autore Angelo Beolco, in arte “Ruzante”, dal nome di uno dei suoi più noti personaggi. Di famiglia benestante, si esibiva soltanto durante il carnevale, escludendo dalle sue rappresentazioni quello che oggi definiremmo “scopo di lucro”. Dario Fo, durante il discorso di accettazione del Premio Nobel per la letteratura nel 1997 ha detto di lui:
“Uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto, anche in Italia. Ma che è senz’altro il più grande autore di teatro che l’Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell’avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia.”


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La “prima” attrice

È del 1545 il documento che registra, a Padova, la nascita della prima compagnia teatrale della storia: è la “Compagnia di Ser Maphio”, diretta da Maffeo del Re, detto Zanin, composta da soli uomini. Con loro ha inizio la “Commedia dell’arte”, cosiddetta perché chi la pratica appartiene a “un’arte”, cioè a un mestiere (oggi si direbbe “albo professionale”).
Una ventina di anni dopo, a Roma, un atto notarile sancisce la prima volta in cui viene scritturata una donna: si tratta di una certa “domina Lucretia Senensis”, ingaggiata da una compagnia nel periodo di carnevale del 1564. Questa signora Lucrezia da Siena era probabilmente una “meretrice honesta”, una cortigiana d’alto livello dotata di elevata cultura che, anche a causa dell’azione moralizzatrice della Chiesa in seguito al Concilio di Trento, dovette intraprendere la carriera nel nuovo “show business”. Tuttavia bisogna attendere la fine del secolo per poter vedere stabilmente delle attrici in scena.


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Lotte di classe

Lo Zanni è forse il personaggio più antico della Commedia dell’Arte che, ai suoi inizi, venne anche definita “Commedia degli Zanni”. Il suo ruolo è quello del servitore, e probabilmente da questo deriva il suo nome: Zanni, infatti, deriva da Gianni, nome molto diffuso nel bergamasco, zona di provenienza della grande maggioranza dei servi dei nobili mercanti veneziani. I primi canovacci prevedevano improvvisazioni di dispute fra servo e padrone, dette anche “Ludi zanneschi”.
Fortemente legato alla terra, è la personificazione dell’istinto animalesco verso la soddisfazione dei bisogni primari: lo Zanni agisce spinto dalla fame e dal sesso. Esistono due tipi di Zanni: uno (il primo Zanni) sciocco, l’altro (il secondo Zanni) astuto. Il primo è stupido, lento sia nei movimenti che nella capacità di capire e di spiegarsi, il secondo è agile, scaltro, aggressivo, tendente all’ira e anche ad essere violento e manesco. Dal Secondo Zanni deriva quella che è certamente la maschera più famosa della Commedia dell’Arte: Arlecchino.


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Il re degli Inferi

Di origine incerta (il suo nome pare derivi dall’antico tedesco Holle Konig, cioè “re dell’inferno”, poi diventato Harlequin in francese) Arlecchino, la maschera più famosa della Commedia dell’Arte, deriva probabilmente da antiche credenze pagane secondo le quali, nei periodi freddi dell’anno, gli spiriti dei morti invadevano la terra guidati da una divinità infernale. Questa divinità, che nella mitologia nordica era Elverkonge o Allerkonge (cioè “re degli Elfi”), è diventato nel medioevo uno spirito burlone, dispettoso e irriverente, dando così origine al personaggio che conosciamo.


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Simm’e Napule, paisà!

La maschera di Pulcinella, icona del Teatro Napoletano, ha ufficialmente una data di nascita precisa: fa la sua prima apparizione, infatti, nella commedia “La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella”, di Silvio Fiorillo, pubblicata nel 1632. Quello di Fiorillo era un Pulcinella diverso da come lo conosciamo oggi: era gobbo e magrissimo, portava un cappello bicorno, barba e baffi. Solo verso la fine del XV secolo ha cominciato ad assumere l’aspetto che ha oggi.
La sua origine, però, è molto più antica: alcuni studiosi la fanno risalire al IV secolo avanti Cristo, a Maccus, personaggio delle Fabulae Atellane. Anche Maccus vestiva di bianco, indossava una mezza maschera e rappresentava a volte il Satiro e altre volte il Servo.
Anch’egli “secondo Zanni”, Pulcinella è la personificazione dell’abbandono popolaresco a tutti gli istinti: è pigro, vorace, perennemente affamato, opportunista, sfrontato, chiacchierone, bastonatore e bastonato, colui che, cosciente dei problemi in cui si trova, riesce sempre ad uscirne con un sorriso, prendendosi gioco dei potenti pubblicamente, svelando tutti i retroscena.; ma allo stesso tempo può essere definito il prototipo del “doppio”: tramite fra maschio e femmina, stupido e furbo, cittadino e campagnolo, demone e santo, saggio e sciocco.


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Lo stereotipo dell’oca

Sempre nel periodo immediatamente precedente alla Commedia dell’Arte compre sulle scene il personaggio della “Servetta”, ovvero il corrispettivo femminile dello Zanni. Facile al piagnisteo così come all’innamoramento, rappresenta il prototipo della tipica ragazza senza cervello.
Il personaggio della Servetta identifica uno dei ruoli presenti nella commedia dell’arte fin dalle origini sotto i nomi più svariati. La Servetta più antica risale alla metà del Cinquecento e compare, con il nome di Franceschina (o Francesquine), nelle incisioni della Raccolta Fossard, una delle principali testimonianze iconografiche della commedia dell’arte.


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Io sono mia!

Quello dell’Innamorata è un altro dei personaggi tipici della Commedia dell’arte. Ha molti nomi, il più diffuso dei quali è FLAMINIA. Si tratta di una giovane dal carattere ribelle, solitamente di buona famiglia e di discreta cultura. Nell’intreccio scenico è perennemente in contrasto con i vecchi che vorrebbero piegarla alle proprie volontà, soprattutto per quanto riguarda la scelta del marito da imporle, che lei rifiuta perché ne vuole un altro.
L’Innamorata può essere considerata una sorta di prototipo della donna che vuole imporre la propria indipendenza in una società misogina a patriarcale.


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Qui comando io!

Dal personaggio del Magnifico delle commedie rinascimentali, cioè il padrone in perenne conflitto col sevo Zanni, ha origine la maschera di Pantalone. Tipicamente veneziano, rappresenta il mercante vecchio, avido, avaro e vizioso. Esistono diverse teorie sull’origine del nome: secondo una di queste deriverebbe dal soprannome “Piantaleoni” con cui venivano chiamati i mercanti veneziani che erano soliti erigere il vessillo raffigurante il leone di San Marco dovunque andassero. Secondo altre fonti il suo nome deriverebbe da quello di San Pantaleone, patrono di Venezia prima di San Marco. Un’altra teoria vuole che il nome provenga semplicemente dai pantaloni indossati dal personaggio fin dalla sua prima apparizione sulle scene della Commedia dell’Arte.
Con “Sior Todero brontolon”, una delle commedie di maggior successo di Carlo Goldoni, il personaggio del “mercante vecchio” assurge finalmente al ruolo di protagonista.


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La leonessa

Eleonora Duse, Beatrice Bonino e Nancy Brilli in tre diverse interpretazioni de “La locandiera”

Protagonista assoluta de “La locandiera”, commedia di Carlo Goldoni del 1750, Mirandolina rappresenta forse il primo esempio di personaggio femminile fuori dai luoghi comuni e dagli schemi, assolutamente rivoluzionario per l’epoca.
Considerata da alcuni l’evoluzione della Colombina, in realtà è talmente forte da potersi definire un prototipo. Indipendente e fiera della propria indipendenza, sfrutta più che le sue grazie la sua intelligenza, rappresentando probabilmente il primo esempio di donna “moderna”.
I personaggi maschili che agiscono intorno a lei sono dei comprimari inconsapevoli della propria inferiorità e Mirandolina se ne serve come strumenti per il raggiungimento dei propri scopi.
Si tratta di un personaggio che “vive” al di là delle intenzioni dell’autore che, giova ricordarlo, era pur sempre un figlio del suo tempo. Nel finale Goldoni cerca di riportarla negli schemi consoni al suo mondo, quasi imponendole il matrimonio con Fabrizio perché così aveva stabilito il padre di lei; ma in realtà è Mirandolina che decide, è lei che sceglie come e dove dirigere la propria esistenza.


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Made in Italy

Domenico Giuseppe Biancolelli, detto Dominique (Bologna, 1637 – Parigi 1688) è stato uno dei più grandi Arlecchino della storia. Trasferitosi a Parigi intorno al 1670 diventò il più famoso attore della Comédie Italienne, che aveva un enorme successo presso il pubblico parigino. Si deve a lui la possibilità di rappresentare in francese le opere italiane, opportunità fino a quel momento proibita dalla legge. Giuseppe Arnaud, nel suo “Mille Aneddoti Artistici Teatrali – Curiosità, Racconti ecc.” (Milano 1870, pag. 75) racconta che “Verso il 1700, oltre i due gran teatri, l’Opera ed il teatro della Commedia francese, v’erano a Parigi gli spettacoli temporanei delle fiere di San Germano e di San Lorenzo, fondati fin dal XII secolo. Nel 1650 avevano cominciato ad erigervi dei teatri stabili. (…) i comici del teatro francese avendo esclusivamente il diritto di parlar francese su le scene, fecero demolire que’ teatri. I comici italiani i quali dopo parecchi tentativi avevano finalmente attecchito in Francia fino dal 1633, andavano debitori del permesso di parlar francese nei loro orditi drammatici, alla scaltrezza ed alla presenza di spirito del famoso Dominique (Domenico Biancolelli).
Nella contesa che vi fu a questo soggetto tra i comici francesi e gl’italiani, Luigi XIV, volle sentire egli stesso le ragioni d’ambo le parti. Egli fece venire d’innanzi a se Baron (Michel Baron, Parigi 1653 – 1729, n.d.r.) e Dominique. Baron parlò pel primo in nome dei comici francesi. Quando toccò a Dominique: Sire, diss’egli, come devo parlare? Parla come vuoi, rispose il re Ciò mi basta, soggiunse Dominique, ho vinto la mia causa. Baron volle reclamare contro questa sorpresa, ma il re disse ridendo che aveva pronunciato e non si disdirebbe.”


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La pima “Divina”

Isabella Andreini è stata tra le più importanti attrici della Commedia dell’Arte. Insieme al marito Francesco fece parte della Compagnia dei Gelosi, attiva in Italia e in Francia fino ai primi anni del XVII secolo.
Bellissima, vantava schiere di ammiratori tra cui il cardinale Cinzio Aldobrandini, che si racconta avesse in casa un suo ritratto, appeso tra quelli di Torquato Tasso e di Plutarco.
La Andreini è stata tra le prime attrici ad aver ricoperto il ruolo da protagonista in un’opera (La pazzia di Isabella) scritta da lei stessa, rappresentata dai Gelosi nel 1589 in occasione del matrimonio tra Ferdinando I de’ Medici e Cristina di Lorena.


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Il rivoluzionario

Nel 1750 Carlo Goldoni pubblica la sua prima raccolta di commedie. Nella prefazione (chi vuole può leggersela tutta qui) il grande drammaturgo veneziano illustra la sua “riforma” del teatro.
Si tratta di una vera e propria rivoluzione rispetto al modo di fare teatro della Commedia dell’Arte, in cui gli attori erano super specializzati nell’interpretazione di un particolare personaggio e, soprattutto, non utilizzavano testi scritti, preferendo seguire i canovacci. In pratica le recite erano “a soggetto”: gli attori imbastivano gli spettacoli su una traccia, affidandosi all’improvvisazione sostenuta dal “mestiere” e dall’esperienza. Goldoni propone invece l’utilizzo del copione, ottenendo due risultati fondamentali: gli attori devono imparare la parte e i personaggi non sono più standardizzati come erano quelli della Commedia dell’Arte (lo Zanni, l’Innamorato, il Vecchio, la Servetta, il Dottore eccetera).
La riforma goldoniana faticò non poco ad affermarsi, soprattutto per l’opposizione degli attori che, abituati ai canovacci e poco inclini a imparare a memoria le parti scritte da un autore, tentarono di rifiutare questo nuovo sistema.


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Teatranti per passione

All’inizio del 1600, parallelamente alla Commedia dell’Arte, fatta da professionisti, si sviluppa in Italia, a partire dalla zona di Roma per poi diffondersi nel resto del Paese, la “Commedia Ridicolosa”, la cui caratteristica principale è quella di essere fatta da autori e attori dilettanti. Nasce, in pratica, il Teatro Amatoriale. Come suggerisce il nome, scopo della Ridicolosa è quello di divertire e divertirsi.
Si tratta di una forma di spettacolo considerata “minore” dai professionisti dell’epoca, basata essenzialmente sul dialetto, che prende in prestito i personaggi della Commedia dell’Arte, soprattutto gli Zanni, e li affianca ad altri fortemente legati al territorio.
Mentre gli spettacoli della Commedia dell’Arte erano itineranti, quelli della Ridicolosa si tenevano nei teatri delle Accademie (in pratica delle vere e proprie Filodrammatiche), diffuse in moltissime città, composte di persone che non avevano bisogno di guadagnare col mestiere dell’attore e quindi potevano permettersi di non andare a cercarsi “il pane” spostandosi in continuazione.
Nella foto “Scena in teatro con Pulcinella”, di Pietro Longhi (1701 – 1785).


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Mass media anni 30

Il 20 maggio del 1932 esce, col prezzo di copertina di 2 lire (circa 4 euro attuali), il primo numero della rivista “Filodrammatica – mensile di Teatro”, Edizioni Alfa di Milano.
Ogni numero della rivista contiene il testo di una commedia e la rubrica “Cronache delle Filo-drammatiche”, dove vengono pubblicati i resoconti degli spettacoli che le Compagnie Amatoriali dell’epoca sono invitate ad inviare.
Il primo numero della rivista contiene un testo del drammaturgo francese Henry Bernstein, “L’artiglio” (1906). A partire dalla terza uscita appaiono le “Cronache”. La rivista cesserà le pubblicazioni nel 1949.

 

 


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