Palmucci-Zecchillo: attenti a quei due!

Stefano Palmucci e Luca Zecchillo.
Sanmarinese il primo, di origini piemontesi e pugliese di adozione il secondo, sono loro ad essersi aggiudicati il primo premio nelle categorie “Drammi in italiano” (Zecchillo), “Commedie in italiano” e “Commedie in dialetto” (Palmucci).
Li abbiamo contattati entrambi e abbiamo loro posto una serie di domande alle quali hanno gentilmente accettato di rispondere, come in un’intervista doppia.

Stefano Palmucci
Luca Zecchillo

Da quanto tempo scrive per il Teatro?
PALMUCCI: Eh, sono ormai vent’anni, purtroppo
ZECCHILLO: Dall’età di quindici anni circa.

Come ha cominciato?
PALMUCCI: Direi per necessità. Facevo parte della Filodrammatica di San Marino, il Piccolo Teatro Arnaldo Martelli, in qualità di attore. In occasione della Festa Nazionale del 5 febbraio (S. Agata), il Piccolo Teatro Arnaldo Martelli è solito proporre una commedia dialettale a chiusura dei festeggiamenti istituzionali. Sul finire degli anni 90, i migliori copioni di dialetto romagnolo erano ormai stati già rappresentati e avevamo cominciato a rappresentare copioni scartati negli anni precedenti, con conseguenti fenomeni di disaffezione e calo del pubblico. Per cui pensai di mettermi in gioco. Non che i miei lavori fossero migliori di altri, ma i riferimenti a fatti e luoghi di San Marino e la possibilità di ricalcare i personaggi sui tic e le manie degli attori che avevo a disposizione, ci ha dato la possibilità di riguadagnare quel pubblico e moltiplicarlo.
ZECCHILLO: Ho cominciato dopo aver letto uno stralcio di un testo teatrale su un libro di antologia delle scuole superiori.

Perché la drammaturgia e non, per esempio, la narrativa?
PALMUCCI: Io sono attore da sempre. Ci sono nato. Anzi, no. Dico sempre che la recitazione per me è stata un po’ la reazione alla mia naturale timidezza. Quindi ho cominciato a recitare da quando ho scoperto che mettendo una maschera potevo pronunciare ogni sbaglio, sciocchezza o strafalcione e, volendo, attribuirlo alla maschera. È la mia naturale via di espressione.
ZECCHILLO: Preferisco la scrittura teatrale in quanto ritengo dia più spazio alla parola, piuttosto che alla descrizione minuziosa di ambienti, luoghi, ecc… come potrebbe essere un romanzo o in una novella: per quanto io non abbia mai disdegnato la lettura di queste altre forme di letteratura, che spesso ben si legano al mondo del teatro.

Per quali motivi, secondo lei, le sue opere piacciono al pubblico?
PALMUCCI: Dovreste chiederlo a loro. Io veramente non ne ho la minima idea. Scrivere mi diverte, mi piace creare dei personaggi, studiare le loro caratteristiche, metterli nei guai, vedere come se la cavano. Quando mi viene una buona idea, o meglio una serie di buone idee, credo di avere una buona padronanza delle strutture drammaturgiche, per cui il risultato finale quasi sempre mi lascia soddisfatto. Poi, del perché soddisfi anche il pubblico, questo lo devo ancora scoprire.
ZECCHILLO: Non so se piacciono al pubblico, perché non ho mai avuto la possibilità e soprattutto la fortuna di vedere una mia opera messa in scena. Forse potrei dire che piacciono alle giurie, dei concorsi per scrittura teatrale a cui ho partecipato, per gli intrecci e i repentini colpi di scena.

Come si fa a “farsi rappresentare”?
PALMUCCI: Il bello del teatro amatoriale nell’era digitale è che non ci sono filtri, raccomandazioni, spintarelle. Tu butti il tuo lavoro in pasto alla rete e se piace viene rappresentato, altrimenti no. Non ci sono santi. La forza del tuo lavoro la vedi dal numero di rappresentazioni, dalle compagnie che lo scelgono. Se il lavoro vale, va avanti da sé, per la sua forza intrinseca. Altra via, oltre quella della lettura e del gradimento da parte dei responsabili delle compagnie, non c’è. Nessuna compagnia, regista o responsabile mette in scena qualcosa in cui non crede.
ZECCHILLO: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere…

Da dove viene, di solito, l’ispirazione per un’opera teatrale? E da dove è venuta l’ispirazione per l’opera con cui ha vinto il concorso “Palco, Pensieri & Parole”?
PALMUCCI: Una domanda da un milione di dollari. “La benca de prit” mi è stata commissionata, la prima volta che mi succede. Ho detto all’Ente committente: “io non scrivo su commissione, se volete ci provo ma ho una ventina di copioni che languono nel cassetto anche a buon punto perché la storia si è arenata”. Questa invece è riuscita, ne sono contento e lo è anche l’ente committente. “Alienazioni” è composta da cinque quadri che mi sono venuti in periodi diversi, ma legati da quel sottile filo rosso che è la difficoltà del vivere moderno nella società occidentale. Pensate a tutte le password, pin, puk, ubi, abi, cab, cap, ecc. che dobbiamo ricordare per sopravvivere, non rappresentano già di per sé una tragicommedia?
ZECCHILLO: L’ispirazione per un’opera teatrale di solito, per me, proviene dal bisogno di dare sfogo alle mie ire represse, come quelle nei confronti delle ingiustizie, delle prevaricazioni e di tutti gli atteggiamenti sociali che valuto sbagliati. Per l’opera “Stringimi” vincitrice del concorso sopra menzionato, l’ispirazione mi è venuta da una storia verosimile che mi è stata raccontata e che riguarda solo la situazione di partenza della protagonista, ovviamente il resto è fortunatamente frutto della mia fantasia.

Oltre alla drammaturgia, quali altri interessi artistici coltiva?
PALMUCCI: Nessuno, sono una capra assoluta. Mi piace la musica, strimpellare, sono un musicista amatoriale.
ZECCHILLO: Da ragazzo recitavo in compagnie amatoriali… ora riesco solo a dedicarmi alla scrittura teatrale.

Si può vivere solo di scrittura teatrale?
PALMUCCI: Come dicevano quelli: uno su mille ce la fa. Credo che occorra partire molto presto, prendere i treni giusti, avere costanza e determinazione, oltre che talento. Forse uno su un milione, ce la fa.
ZECCHILLO: Beato chi ci riesce, ma credo sia una condizione che appartenga al passato. Oggi gli scrittori di teatro sono anche sceneggiatori di cinema, autori di romanzi, ecc… o per vivere fanno un lavoro totalmente diverso, come me.

Ci può parlare della sua visione del Teatro?
PALMUCCI: In somma sintesi, credo che possa sopravvivere alle altre arti visive, in particolare il cinema, se conserva il suo elemento essenziale, e cioè la interazione, la rappresentazione dal vivo, la spontaneità. Per questo vedo un futuro più roseo per il comico, perché sfrutta di più queste situazioni. Il dramma si può cristallizzare, e rendere bene anche in registrazione, il comico rende molto meglio dal vivo perché ti da la possibilità di cavalcare l’emotività del pubblico, che varia sera per sera. Non credo al teatro sperimentale, sofisticato, cervellotico, provocatorio, mi annoia e annoia. Il pubblico di nicchia che lo segue solo per poter raccontare di seguirlo, credo che abbia i giorni contati. Non ci si può ritenere intelligenti fingendosi intelligenti a lungo.
ZECCHILLO: Per me il teatro dovrebbe rispecchiare quanto più possibile la realtà, raccontare situazioni che faccia immedesimare il pubblico, in quanto potrebbe vivere o aver vissuto le stesse, senza però disprezzare anche situazioni surreali… non dico la fantascienza: quella preferirei venisse lasciata al cinema.

Cosa pensa del Teatro Amatoriale e delle Compagnie Amatoriali?
PALMUCCI: Che sono una realtà misconosciuta e negletta dell’Italia. A volte quando viaggio mi commuove pensare che tantissimi centri, borghi, paesi e villaggi che sto attraversando in quel momento hanno la loro compagnia teatrale, più o meno sgangherata, più o meno strutturata. Significa aggregazione, socialità, interazione. Significa un sottobosco di persone che stanno insieme, che fanno progetti, che si impegnano quotidianamente e gratuitamente. Un fenomeno sociale che coinvolge migliaia di persone e di cui nessuno parla. Non riesco a spiegarmelo.
ZECCHILLO: Ho sempre visto il mondo del teatro amatoriale come un luogo di “evasione” e di “sogno”, ma contemporaneamente ritengo che bisogna essere anche in grado di restare con i piedi per terra, perché paragonando, come spesso faccio, il mondo del teatro al mondo del calcio (mia seconda passione), se giochiamo una partitella di calcio tra amici, lo si fa per trascorrere un’oretta di relax e divertimento, non perché crediamo tutti di poter diventare come Cristiano Ronaldo.

Fino ad oggi, di quale sua opera è più soddisfatto?
PALMUCCI: Le commedie sono come i figli, non si possono fare distinzioni. Forse dovrei dire “Una figlia da maritare”, che prima del covid viaggiava decisa verso la trecentesima replica, o “Il cuore sullo stradone”, il mio primo lavoro. Mi piace osservare un fenomeno per me nuovo, cioè commedie che alla loro uscita sono state accolte tiepidamente, col tempo hanno assunto sempre maggior considerazione e successo. Mi fa ben sperare per il futuro.
ZECCHILLO: Ovviamente delle opere che mi hanno fatto ottenere più riconoscimenti e sono due, “Stringimi” e “La moglie di Caino”

A quale suo “collega” del passato le farebbe piacere essere paragonato?
PALMUCCI: Feydeau.
ZECCHILLO: Indubbiamente a Eduardo De Filippo (e chiedo scusa al maestro Eduardo se per un secondo soltanto ho osato ritenermi suo collega)

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