4 domande ai professionisti del palcoscenico: Andrea Liberati

Intervista pubblicata il 25 ottobre 2015

ANDREA LIBERATI, attore, regista, musicista ed autore teatrale.

IL TEATRO UNISCE TUTTI QUELLI CHE LO FANNO, SIA COME PROFESSIONE CHE COME HOBBY.  LEI È D’ACCORDO?
Il teatro rappresenta ciò che siamo, sia nel singolo che nell’insieme sociale. Le storie che vengono messe in scena ci consentono di rivedere come pubblico ciò che è stato da noi compiuto o da chi vicino a noi ha compiuto cose, per se stesso e/o per gli altri, e questo ri-vedere il prodotto delle vite collettive del nostro paese e degli altri, ci consente anche di valutarci, correggerci senza troppo dolore giacché la scena ci salva dal giudizio sociale diretto e crudele e ci tiene tutti sempre in gioco, salvi e rigenerati. Chi compie ciò sono le persone che mettono in scena gli spettacoli (amatoriale e professionisti) e il pubblico che perfeziona il lavoro teatrale con la sua partecipazione e con la sua reazione. “Amatoriale” e “professionale” sono definizioni “scomode” quando si parla di anima perché spesso sono sinonimo di cose che li potrebbero mettere l’uno contro l’altro, o nel migliore dei modi, li potrebbe far ignorare (come spesso accade) reciprocamente, un po’ come dei separati in casa. Se il teatro unisce, cosa che effettivamente potrebbe fare, lo si deve a tutti quelli che lo fanno per unire, amatori o professionisti che siano.

COME È INIZIATA LA SUA PASSIONE PER IL TEATRO?
Con il teatro amatoriale naturalmente. In parrocchia, con la commedia musicale. Quando posso collaborare, dove sia attuabile, con il teatro amatoriale, lo faccio con gioia.

COSA NE PENSA DEL TEATRO FATTO DA SEMPLICI APPASSIONATI?
Tutto il bene possibile al mio cuore, anzi, se ne fa ancora troppo poco perché l’Italia è piena di spazi teatrali,sale, spazi scenici, di gente che lo farebbe volentieri ma sono un po’ lasciati alla iniziativa singola, e vista la complessità dei campi che coesistono dentro una compagnia e le “piccole” responsabilità che si prendono, chi decide di rappresentare uno spettacolo, soffre una gravità che costringe ad “arrangiarsi” TROPPO e alla rinfusa. Chi lo persegue dovrebbe avere un aiuto-presenza dallo Stato, non in termini di finanziamenti o contributi, bensì di coordinazione, di organizzazione e di riferimento territoriale meno legato agli equilibri di politica o parrocchia ma più alle esigenze endemiche dello spettacolo dal vivo e alla circuitazione specifica e con un occhio di reale riguardo verso l’incontro col pubblico.

LE È MAI CAPITATO, DOPO AVER ASSISTITO A UNO SPETTACOLO AMATORIALE, DI PENSARE: “QUESTI QUI SONO PIÙ BRAVI DI ALCUNI PROFESSIONISTI”?
Non penso mai ai teatranti in termini di professionisti o amatoriali ma come teatranti più o meno maturi nel percorso della rappresentazione. Detto questo, mi è capitato di vedere nella vita quotidiana fuori del teatro, delle persone rappresentare, interpretare, suonare, scrivere così bene che il teatro ne avrebbe guadagnato di molto se avessero deciso di militare in questo settore, ma purtroppo non è così. Credo che se l’attività teatrale fosse presente nelle scuole con la stessa dignità di una materia scolastica qualsiasi, forse alcune di quelle persone che dicevo poco fa, avrebbero potuto misurarsi e magari oggi farebbero il lavoro giusto per loro, con molta gratitudine da parte del pubblico.

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