4 domande ai professionisti del palcoscenico: Chiara Stoppa

Intervista pubblicata il 18 ottobre 2015

CHIARA STOPPA, attrice e regista teatrale, particolarmente attiva nell’insegnamento del teatro a persone con disabilità. È autrice del libro “Il ritratto della salute”, sulla sua esperienza di lotta contro il cancro, da cui è stato tratto lo spettacolo omonimo, in scena dal 2012 in tutta italia.

IL TEATRO UNISCE TUTTI QUELLI CHE LO FANNO, SIA COME PROFESSIONE CHE COME HOBBY. LEI È D’ACCORDO?
Sono d’accordissimo. Tra le cose di cui mi occupo, insegno in un corso di teatro dove abili e diversamente abili, dai comuni cittadini ad attori a ragazzi che vivono in comunità fanno insieme teatro. Tutto questo nell’ambito di una cooperativa sociale. Abbiamo capito che alla fine il vero rapporto che accomuna l’educazione al teatro è proprio la relazione; se non sei in relazione con gli altri non puoi fare teatro, quindi credo assolutamente che il teatro unisca nel bene e nel male. Càpitano anche un sacco di litigate, di amori, di amicizie, di divertimento, ma tutto passa attraverso le relazioni che si creano sul palcoscenico.

COME È INIZIATA LA SUA PASSIONE PER IL TEATRO?
In realtà è una storia un po’ buffa: a 13 anni sono stata obbligata a fare un corso di teatro da mia madre perché lei il sabato pomeriggio lavorava e non voleva che io e mia sorella ce ne andassimo in giro per il centro di Pordenone a rimorchiare ragazzi. Inizialmente la mia reazione è stata negativa, nel senso che soltanto l’idea di andare a fare un corso di teatro mi pesava. In realtà a 13 anni volevo fare la contadina, volevo studiare agraria. Appena cominciato il corso, però, mi sono appassionata e quasi subito dopo ho iniziato a dire che volevo fare l’attrice. E da lì ho proseguito. Ho fatto tutti i corsi possibili e immaginabili fino ad arrivare all’accademia di teatro di Milano.

COSA NE PENSA DEL TEATRO FATTO DA SEMPLICI APPASSIONATI?
Ne penso bene! Il teatro è sempre bello farlo. Credo che sia anche molto giusto andarlo a vedere. Spesso incontro, sia tra i semplici appassionati che tra gli attori professionisti, una mancanza di interesse nell’andarlo a vedere. E invece credo che la cosa importante sia proprio quello, perché vedendo il teatro si impara a capire cosa ci piace e cosa non ci piace poi fare. Non si deve sempre e solo fare, bisogna anche andare a guardare.

LE È MAI CAPITATO, DOPO AVER ASSISTITO A UNO SPETTACOLO AMATORIALE, DI PENSARE: “QUESTI QUI SONO PIÙ BRAVI DI ALCUNI PROFESSIONISTI”?
Lo penso ogni volta che faccio teatro con i diversamente abili. Loro non sono di certo attori professionisti però hanno una vitalità e una naturalezza che a molti attori professionisti manca. Io tengo questo corso una volta alla settimana e spesso invito i miei colleghi di accademia a partecipare a queste due ore di laboratorio proprio perché è una palestra continua. Lavorare a contatto con questi miei attori insegna tantissimo proprio perché devi “esserci” sempre e comunque. Forse l’attore professionista è quello che ha un diploma o quello che riesce a vivere di questo lavoro, ma il fatto che uno spettacolo sia bello o brutto o che un attore sia bravo o meno bravo non dipende certo da un diploma ma dalla necessità che un attore o un’attrice ha di portare sulla scena una particolare storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *