Presidente, ci dica. Intervista al presidente della compagnia Gavenadopocena

Massimo Valori è nato a Empoli (FI) nel 1966 e, oltre a essere un apprezzato autore di commedie vernacolari (www.massimovalori.net), ha recitato in varie compagnie amatoriali sino dal 1991. Dalla fondazione di Gavenadopocena, nel 2003, ne è presidente, regista e attore, e si occupa anche della progettazione delle scenografie. Nella sua attività ha la fortuna di poter contare su collaboratori fidati che si occupano degli altri aspetti della realizzazione degli spettacoli: sceneggiatura, costumi, arredi, impiantistica, divulgazione, burocrazia e quant’altro.

Presidente, ci dica:

QUAL È LO SPIRITO CHE ANIMA LA COMPAGNIA E PER QUALI SCOPI È NATA?
Paradossalmente, Gavenadopocena nacque dopo il suo primo spettacolo: nel 2003 gli abitanti di Gavena (frazione del comune di Cerreto Guidi) si unirono per rappresentare “Gaveneide”, un atto unico che parlava della storia del paese; solo dopo decisero di fondare la Compagnia.
Gavenadopocena si propone di valorizzare e affermare il teatro sia come punto di incontro e socializzazione, sia nell’ambito della conservazione, della rivalutazione e dello sviluppo delle tradizioni locali: la maggior parte degli spettacoli di Gavenadopocena sono infatti incentrati sul vernacolo locale (empolese).

QUALI SONO LE MAGGIORI DIFFICOLTÀ CHE DOVETE AFFRONTARE?
Gavenadopocena è una Compagnia instabile, nel senso che non ha un teatro proprio cui far riferimento; e questa è senz’altro la nostra mancanza più grande. Ci siamo organizzati nel tempo per essere una Compagnia semovente, dotandoci di attrezzature trasportabili; il nostro motto è “ci basta un palco e una presa di corrente”: abbiamo le pannellature per le scene, due impianti luci, un impianto audio e tutto quel che serve per portare il teatro praticamente dappertutto. Questo ci consente di chiedere un cachet piuttosto economico; e da qui scaturisce un’altra nostra difficoltà, che più che altro si potrebbe definire rammarico: venire prescelti prima perché costiamo poco, e poi per quello che facciamo.
Questo vale per gli spettacoli “fuori teatro”, quelli che noi portiamo nelle piazze; quando si tratta di recitare in teatro il problema cambia: lì sono i teatri (organizzatori, direttori artistici) che non credono molto nel teatro in vernacolo. Viene spesso considerato teatro di serie B, e in parte qui ritorna il discorso della bassa qualità, che stavolta è degli spettacoli. A volte la colpa è delle commedie (molte sono maccheroniche, sguaiate e pecorecce), a volte è di certe compagnie che invece di recitare sbertucciano e non si preoccupano minimamente dei vari aspetti di regia, scenografia, contesto culturale e folcloristico. Fortunatamente in questi ultimi anni il livello sta risalendo, certe “commediacce” vengono pian piano dimenticate, e le compagnie capiscono che recitare per diletto va bene, ma lo spettacolo deve avere un certo livello di qualità e decoro; e questo sta favorendo un progressivo “rientro” del teatro amatoriale anche nei teatri più importanti.

IN CHE MODO, IN BASE ALLA SUA ESPERIENZA, QUESTE DIFFICOLTÀ POSSONO ESSERE SUPERATE?
Nelle rappresentazioni “di piazza” il problema è che il grande pubblico è disabituato alla qualità di ciò a cui assiste a scopo ricreativo, a partire innanzitutto da tutto il trash che si vede oggi in televisione, dalla basso livello di tutto ciò che i media propinano. La gente sta progressivamente abbassando l’asticella, e quando si ritrova ad andare a vedere una commedia come le nostre non si preoccupa nemmeno di sapere come si intitola, parte da casa dicendo “vado a vedere la commedia”. Non assiste allo spettacolo con senso critico, inquadra tutto in un “bravi” generico senza addentrarsi mai negli aspetti specifici. Noi puntiamo molto non solo sul copione e sull’interpretazione, ma anche sui costumi, sulle scenografie, sugli aspetti storici, ambientali e folcloristici, ed è avvilente a volte constatare che di queste cose il pubblico non si accorge. Distingue sì lo spettacolo curato da quello più approssimativo, ma manca di senso critico. Alla fine, – per dirla tutta – più risate ha fatto e più è soddisfatto; e questo sminuisce un po’ tutto. Vero è che in questi ultimi anni c’è chi questo discorso l’ha capito, e cerca di fare delle selezioni per offrire spettacoli di teatro propriamente detto; e una certa risposta da parte del pubblico c’è. Ma si sta facendo ancora troppo poco.

COSA SOGNA, UN PRESIDENTE, PER LA SUA ASSOCIAZIONE?
Un teatro, prima di tutto. E avere la possibilità di promuovervi il teatro amatoriale, nel suo vero senso del termine: teatro fatto da chi il teatro lo ama.

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