4 domande all’Autore: Massimo Valori

Ecco le risposte che ha dato alle nostre 4 domande Massimo Valori, autore toscano.

Nato a Empoli (Firenze) nel 1966, dal 2003 è autore di commedie in vernacolo empolese e in italiano, vincitore di un concorso di scrittura e di vari altri riconoscimenti, tra cui un Fiorino d’Argento: le sue commedie sono apprezzate e rappresentate anche fuori dalla Toscana. Si è cimentato anche nella scrittura di racconti e novelle per bambini, e nel 2016 ha pubblicato un romanzo, “TADM” per la casa editrice Ibiskos Risolo.

QUANDO HA COMINCIATO A SCRIVERE PER IL TEATRO E QUALE È STATA LA MOLLA CHE L’HA SPINTA A FARLO?
Da piccolo andavo a Firenze a vedere le commedie in vernacolo, in Italiano me la sono sempre cavata benino e da lì il passo per i primi tentativi “in privato” è stato breve. Poi, nella mia prima esperienza teatrale, venni incaricato di riscrivere un copione per intero, con alcune variazioni del regista, e apportai qualche modifica in segreto; e vidi che le parti che avevo cambiato funzionavano, come si dice. E allora trovai un po’ di coraggio e proposi i miei primi lavori.

COME NASCE UN TESTO TEATRALE?
Sempre con qualcosa da raccontare. Un aneddoto, una storia, un punto di vista, qualsiasi cosa. A volta si tratta di cose che leggo, a volte le vedo alla tv, qualche volta si è trattato di situazioni che mi hanno raccontato. Una volta c’è stato anche uno scrittore che mi ha chiesto di trarre una commedia da un suo libro. Far entrare il tutto in una commedia poi è la parte più appassionante. E’ risaputo che la commediografia è la modalità creativa in prosa più difficile, e per questo vado molto fiero dell’attributo “commediografo”, anche se è un po’ brutto a sentirsi.

LE SUCCEDE MAI CHE UN SUO TESTO VENGA INTERPRETATO DAL REGISTA IN UN MODO CHE LEI NON AVEVA NEANCHE CONSIDERATO?
A volte sì, e quando succede ne sono molto contento, mi piace che una mia commedia sia utilizzata anche con un certo senso creativo. Non sono troppo rigido nella messa in scena dei miei copioni: quel che voglio che venga fatto c’è scritto, il resto è a libera interpretazione del regista. In fondo, parliamoci chiaro: una compagnia amatoriale (è a loro che è diretta la maggior parte dei miei lavori) il più delle volte ha le proprie esigenze, il numero e il sesso degli attori non combacia, certe cose non piacciono, le scenografie sono limitate… E’ perfettamente normale che ciascuna declini una commedia a proprio uso e consumo. E’ una cosa che non mi disturba affatto, quando ovviamente viene fatta entro certi limiti, che comunque per ora nessuno ha mai superato. Alla fine ogni volta poi la compagnia si “scusa” con me, anche quando è stata cambiata una sola virgola, ma io so bene che certe volte non se ne può fare a meno.

 

COSA PENSA DELLE COMPAGNIE AMATORIALI CHE METTONO IN SCENA I SUOI LAVORI?
Le ringrazio dal profondo del cuore, una per una. Perché io ho bisogno di loro. La commediografia fa parte delle cosiddette “arti imperfette”, nel senso che il risultato così com’è non è fruibile. Un artista di figura quando ha terminato la sua opera la mostra al pubblico ed è a posto. Un poeta, uno scrittore, pubblica i propri scritti e il suo l’ha fatto. Un compositore di musica, invece, non può pubblicare la partitura delle sue opere, ha bisogno dei musicisti. E così il commediografo ha bisogno della compagnia teatrale, non ci sono alternative. Io cerco sempre di andare a vedere ogni compagnia che mette in scena qualcosa di mio, ma non per controllare o per vedere se fanno bene: vado lì perché sono felice, perché quando penso a tutto l’impegno che ci hanno messo, che hanno preso il mio copione, se lo sono imparato, hanno pensato a scene e costumi, si sono presi la responsabilità di presentarsi su un palco a dire cose che ho scritto io, si sono fidati di me, io… Sono felice, e basta, me li abbraccerei uno per uno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *