4 domande all’autore: Titty Giannino

Ecco le risposte che ci ha dato Titty Giannino, autrice siciliana.

QUANDO HA COMINCIATO A SCRIVERE PER IL TEATRO E QUALE È STATA LA MOLLA CHE L’HA SPINTA A FARLO?
Scrivere è stata sempre la mia passione e mi ha accompagnato sin da piccola. Ho cominciato con le favole ch’ero alle elementari, poi son passata alla poesia e infine al Teatro. All’età di 13 anni infatti ho scritto la mia prima commedia, “L’Inter-vista”, che nel tempo ho restaurato più volte (anche recentemente) e che, inizialmente nata in italiano, adesso è diventata in siciliano. Credo che il mio amore per il Teatro sia nato davanti alla TV, quando la Rai gli dedicava quel giorno alla settimana che io aspettavo con impazienza. Era un mondo fantastico e reale allo stesso tempo, fatto di storie vive, che animava la mia immaginazione. Ancor più quando ho avuto la possibilità di vederlo dal vivo. Due classici del teatro siciliano infatti mi hanno dato l’input per cimentarmi. E da quel momento, e dopo aver letto e riletto l’unico libro di Teatro che possedevo, Liolà di Pirandello, per imparare la tecnica di impostazione di questo tipo di scrittura, non ho più smesso. Sebbene nel tempo la vita mi abbia portato a fare altre scelte ed occuparmi di altro, la scrittura teatrale è tornata sempre prepotente nella mia vita, soprattutto negli ultimi 6 anni, e continua a stimolare la mia fantasia.

COME NASCE UN TESTO TEATRALE?
Ogni testo teatrale che ho scritto ha una sua storia. Non seguo sempre lo stesso schema. A volte l’ispirazione è nata da una semplice parola, a volte da frasi lette qua e là su cui poi ho costruito le vicende da narrare. A volte invece ho visualizzato prima l’ambiente in cui far vivere i personaggi, altre volte è nato prima il protagonista, magari ispirato a persone che ho incontrato sulla mia strada. Ho tratto spunto da storie vere o note su cui ho fatto lavorare la fantasia; ho scelto argomenti per trarne occasioni di riflessione; ho scritto testi a 4 mani amalgamando il mio estro con quello del mio coautore, e persino ho composto su idee di altri che mi hanno chiesto di farlo per loro. Ma ogni volta il mio obiettivo principale è stato, è e sarà quello di inserire qualcosa di originale, che sia nello stile, nell’ambientazione, nella costruzione dei personaggi o altro. E mai una commedia l’ho iniziata con l’idea di come si sarebbe evoluta e come sarebbe stato l’epilogo, è sempre stato un lavoro “in fieri”, costruito man mano, come se fossero gli stessi personaggi a guidare le loro imprese.

LE SUCCEDE MAI CHE UN SUO TESTO VENGA INTERPRETATO DAL REGISTA IN UN MODO CHE LEI NON AVEVA NEANCHE CONSIDERATO?
Ho un’abitudine, non so se utile o no: quando scrivo un testo, per ogni battuta, scrivo tra parentesi quelle che qualcuno ha definito una specie di “piccole note di regia” (ed io non sono regista), una sorta di trascrizione di ciò che io vedo nella mia mente mentre racconto la mia storia, mentre parlano i miei personaggi: movimenti, atteggiamenti, emozioni, situazioni, per cui il testo sembra già in parte costruito per svilupparsi in rappresentazione. Evidentemente chi ha portato in scena i miei copioni ha preso in considerazione queste mie piccole aggiunte – le ho riconosciute vedendole – sebbene, ovviamente, le abbia ampliate dando loro dei tocchi personali che le hanno ulteriormente impreziosite e, naturalmente, aggiungendo molto altro per rendere al meglio lo spettacolo. Ciò non toglie che il regista sia libero di vederla a suo modo, di non considerare il mio punto di vista, e perché no, di stupirmi. In ogni caso finora, nelle rappresentazioni a cui ho assistito, non è successo, se non in minima parte.

COSA PENSA DELLE COMPAGNIE AMATORIALI CHE METTONO IN SCENA I SUOI LAVORI?
Per prima cosa le ringrazio per averli scelti, perché so che la maggior parte dei miei testi sono spesso diversi, forse più complessi, e un po’ fuori dai soliti schemi. Ogni volta che ho assistito alla realizzazione di un mio lavoro l’ho fatto con un po’ d’ansia, come una madre che vede suo figlio esibirsi, su cui non ha più controllo. Credo che sia umano e comune a tutti gli autori, soprattutto per chi come me non ha una compagnia propria con cui realizzarli. E’ più che normale che le compagnie amatoriali cerchino di adeguare il testo alle loro esigenze, e questo purtroppo a volte può essere un limite: personaggi che cambiano da maschili in femminili o viceversa a seconda delle necessità, personaggi che vengono omessi o aggiunti, la storia che viene modificata per far spazio a tutti. Ma è successo altresì, e il limite qui si è trasformato in opportunità e miglioramento, che da alcune rappresentazioni io abbia preso spunto per una nuova versione dei miei lavori, più ricca e frizzante. In ogni caso, nel momento in cui un mio testo viene scelto, per me è come se si completasse un puzzle, perché l’opera letteraria è solo la prima parte, che, sebbene possa reggersi anche da sola, possa vivere di vita propria, ha bisogno comunque del soffio vitale degli attori per perfezionarsi. E molte mie commedie aspettano ancora l’ultimo tassello del puzzle, quindi chiunque le legga e decida di rappresentarle, è il benvenuto!
Ringrazio altresì chi mi ha dato quest’opportunità, di raccontare con sincerità, attraverso queste domande, un po’ di me e di quello che vive inevitabilmente, dietro ogni mio testo teatrale.

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